White God, il vero bastardo sei tu che lo abbandoni


1999, Danubio, isola di Obuda. Il Sziget festival era una via di mezzo tra una Woodstock fluviale e una colonia penale, l’accesso alla zona concerti e campeggio interdetto, per terra e per acqua, a chiunque non avesse il bracciale-ticket di riconoscimento. Guardiani armati – forse erano vigilantes, o miliziani neonazisti – facevano la ronda di notte, aprivano le cerniere delle tende a tradimento, puntandoti la torcia in faccia ti chiedevano di mostrare il braccio, ticket please, dicevano, mentre il rottweiler ringhiava, la bava venefica a colare sul tuo sacco a pelo, e tu lì, sconvolto, terrorizzato, che non sapevi se il pericolo fosse lo squadrista, o il suo cane. Cani a Budapest, White God, di Kornél Mundruczó.

white god 1

Che deve il suo titolo al sudafricano Coetzee, scrittore Nobel ed autore anche di Vergogna, il quale parlava della deità umana agli occhi dei cani, loro che vedrebbero gli uomini come esseri immanenti in cui riporre fede, ma più che divinità sembrerebbe trattarsi di una sorta di magia, una capacità innata di incantare da cui conseguirebbe la capacità di dominare. In White God la magia è raddoppiata anzi triplicata, si parla del rapporto impari tra uomini e animali, ma anche di come animali e bambini possano fare cinema, inteso come capacità di affabulare, di creare e raccontare storie per gli occhi, e quando si parla di bambini si parla di spettatori tutti, che guardano con occhi piccoli uno schermo infinitamente grande, in cui tutto diventa possibile. Magia, appunto.

white god 2

White God. Dura la vita per Hagen cane meticcio a zonzo per Budapest, città che nella finzione filmica è infestata da commando di feroci accalappiacani alla ricerca di impuri (inteso come  cani”non di razza magiara”), nel mondo reale è la capitale di un’Ungheria governata da una destra violenta reazionaria ed antisemita. Metaforone forse, o forse no. All’inizio Hagen è protetto dall’amore e dalle cure della padroncina, poi accade che il padre di lei, ancora in depressione post divorzio, abbia la felice idea di abbandonarlo ai bordi di una strada e da lì comincia il racconto picaresco, anzi, piCANEsco, con Hagen sottoposto a stadi di brutalizzazione progressiva, dal randagismo, all’addestramento per le lotte clandestine, al canile, mentre all’ orizzonte già incombe inesorabile  la morte – la soppressione, come si usa dire quando la morte viene gentilmente donata agli animali dagli dei, cioè dagli uomini -, ma non tutto va per il verso sbagliato, e Hagen scopre di avere il cuore di Maximus l’Ispanico, e la stessa attitudine alla leadership di Cesare la Scimmia, quindi spezza le catene e alla testa di 101 …mila randagi evade dal canile, seminando terrore e morte in città per risalire al suo cuore di tenebra, alla Kurtz/padroncina che mai ha smesso di cercarlo, lei, piccolina dietro la sua tromba da orchestrale, adolescente sola e coraggiosa, aliena in un mondo di figuranti. L’epilogo sarà una balada de trompeta triste o allegra, decidetelo voi.

white god 3

White God è una fiaba più o meno gotica, sembrerebbe un racconto edificante di quelli della Disney degli anni 60, tipo quello sui bassotti ed il danese, non fosse che Mundruczó è avvezzo ai film di genere, quindi usa una colonna sonora da action di Tony Scott, adrenalinica e serratissima, e gira secondo gli stilemi del thriller metropolitano, Hagen inseguito e braccato dalla macchina da presa ad altezza cane manco fosse Benicio Del Toro in The Hunted del grande Friedkin. La sua è un’opera immaginifica, nel senso che crea immagini memorabili, come quella dell’incipit con i cani lanciati dietro la bicicletta in una Budapest desertificata (rsvp 28 Giorni Dopo), svariate sono le discese negli inferi dell’horror ancestrale, alla radice del rapporto tra uomini e bestie, non più solo magico ma diabolico. Nella corse e negli agguati dei quadrupedi restano per strada brandelli di sceneggiatura, ma non potrebbe essere altrimenti, in quanto il cast è composto da 250 cani veri verissimi all’uopo addestrati (anche in Italia pullulano gli attori cani, ma questa è un’altra storia), con tempi di produzione ristretti. Il risultato è un’opera straordinaria, fuori dai canoni consueti anche nell’essere priva di effetti speciali, che merita tutto il suo osso, il premio Un Certain Regard di Cannes 2014. Dio cane!

white god poster

 

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