With or without Youth. Vi meritate Paolo Sorrentino


Entrate in sala, accomodatevi, poggiate borse e borsette. Buio, inizia la proiezione. Silenziate i cellulari di ogni generazione, ma teneteli a portata di mano. Youth è la più ricca collezione di aforismi ad effetto e frasi fatte in circolazione; dovete assolutamente appuntarle sui cellulari per poter, domani, sfoggiarne qualcuna nella vostra bacheca facebook (in qualunque punto di un qualsiasi dialogo vi fermiate, ne avrete a disposizione più d’uno). A meno che una fabbrica di dolciumi alternativi non ne compri in blocco i diritti, per ricavarne i bigliettini da inserire nei prossimi concorrenti radical-chic dei baci Perugina. Come in Nymphomaniac di Von Trier, non c’è un personaggio-burattino in particolare a pronunciare le parole di Sorrentino, lo fanno tutti. Ectoplasmici alter-ego prodotti in serie, dalle fattezze diverse ma con un’unica ristretta intelligenza artificiale e artificiosa. E con esiti opposti a quelli di Lars,  caricaturali in un modo che non ha niente a che vedere con i Freaks che hanno fatto la storia del nostro cinema. Questi sono solo pupazzi assemblati.

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Ovviamente Youth non è solo questo, sarebbe riduttivo liquidarlo così sbrigativamente. No, Youth è anche la più stilosa e ricercata collezione di inquadrature laboriose ed eleganti in circolazione. E’ il frutto di ore e ore di studio e preparazione per ogni ripresa, per ogni sistemazione meticolosa delle luci, per la certosina scelta dei volti più azzeccati. Tutta questa enorme mole di lavoro e di cura maniacale, questo talento innegabile per la regia, per riprendere e raccontare cosa? Il Nulla. Niente. Zero. Ma con uno stile che levati.

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Ormai sembra assodato che la qualità dei film di Sorrentino sia legata alla lingua e al territorio. Tutti i cinque film girati in italiano con attori locali non sono soltanto ottimi: riescono anche a parlare al mondo (e in questo Il Divo è insuperabile esempio glocal), mentre This must be the place e Youth, girati in inglese con star internazionali, sono vuoti e hanno lo stesso peso (meno di un grammo), la stessa vana e maldestra parvenza di senso (o di ricerca di senso), la stessa insopportabile puzza di fighettismo. Se banalmente si può pensare ad una sorta di prostrazione involontaria al mercato mondiale nel caso dei film internazionali, è altresì probabile che il peso e la sostanza, che sono invece innegabili nella cinquina nostrana, siano dovuti a un legame con la realtà e le storie e i personaggi, che il Sorrentino scrittore incrocia forse quotidianamente nella vita reale. Pensate alla differenza tra un pezzo di formaggio comprato da un caseificio a conduzione familiare, e uno comprato in quel ComproOro dell’alimentazione che risponde al nome di Eataly.

Film - La giovinezza - Youth - Festival di Cannes 2015 - Foto di scena - Regia di Paolo Sorrentino. Nella foto: Madalina Ghenea

Evitate le proiezioni pomeridiane, che ho scoperto ricche di insospettabili insidie. Nella sala eravamo in venti: io, due miei amici e non più di quindici rappresentanti della fascia generazionale alla quale appartengono i personaggi di Harvey Keitel e Michael Caine (che per l’occasione si è trasformato in Toni Servillo), che parlavano e commentavano ad alta voce, arrivando ad una quasi rissa che ha raggiunto il culmine alla fine del primo tempo. Del film non c’è molto altro da dire, perchè nel film non c’è quasi niente. A parte il full frontal mozzafiato di “Miss Universo” e la massaggiatrice con l’apparecchio, ma in entrambi i casi il talento di Sorrentino non c’entra.

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Il rapporto padri/figli? La morte e la paura della morte? I rimorsi? L’amore perduto e quello negato? Per mettere in scena queste cosucce devi chiamarti Anderson di cognome, e non certo Wes di nome.

 

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7 pensieri su “With or without Youth. Vi meritate Paolo Sorrentino

  1. Se vogliamo fare i sofisti e guardare il dito va bene, posso allora dire che negare la narrazione significa negare lo svolgersi di eventi (negare lo srotolarsi della pellicola) e quindi negare il movimento, che è insito nella radice stessa della parola cinema. Poi, più terra terra, ognuno può vederci una storia, può sentirsi rappresentato, può anche emozionarsi, ma, A MIO PARERE, non c’è magnetismo, non c’è pathos, non c’è stretta allo stomaco, non c’è nemmeno ironia! Solo qualche virtuosismo scenico in un oceano di banali citazioni da social network, con lo stesso effetto che può avere un assolo di Hendrix in una canzone di Al Bano.

  2. Critica troppo benevola. Io mi sarei limitato a: ‘è un film di merda’. Ovvero, quando la narrazione è nulla (valore assoluto di zero: |0|=0) non c’è virtuosismo tecnico che tenga, anzi diventa addirittura irritante e offensivo per l’intelligenza (per chi ce l’ha, non certo i lobotomizzati di Cannes e gli altrettanto sub-dotati mentali dei radical chic di casa nostra) di chi guarda e di chi, soprattutto, vuole lasciarsi condurre là dove, di suo proposito, non andrà mai. A Sorrentino concedo solo il merito di un capolavoro quale ‘Il Divo’, nemmeno il celebrato ‘La grande bellezza’ è tale, bello a metà, al più. Quando si va troppo in alto la mancanza di ossigeno può far male a chi non ne è abituato, il motore va in stallo e si rischia di precipitare. Speriamo.

    • Noi siamo un filino più buoni, i film precedenti di Sorrentino ci hanno convinto tutti – escluso This must be the place – Il Divo e La grande bellezza una spanna sopra. Magari tra un paio d’anni il motore riparte alla grande, e questo è solo un passaggio a vuoto. Speriamo.

      • Non è necessario narrare, infatti. Ma trasmettere si: emozioni, stimoli, suggestioni, colpi allo stomaco. Come il cinema di Cattet e Forzani, o di Korine, o The Canyons di Schrader.E Youth mi ha trasmesso solo il nulla.

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