Parasyte: Part 1. The Japanese handjob


Ma l’animale che mi porto dentro, non mi fa vivere felice mai, si prende tutto anche il caffè, mi rende schiavo delle mie passioni, e non si arrende mai e non sa attendere, e l’animale che mi porto dentro vuole te. Sei un animale, mi dicono sconcertati dalle epifanie della mia aggressività, allora io provo a correggerli, non sono un animale, ho un animale, in qualche posto tra cuore e cervello, da dove sia venuto non lo so, io so soltanto che adesso è qui. Parasyte: Part 1, di Takashi Yamazaki.

parasyte intro

Tratto da un manga. Informazione pleonastica, non fosse che in Italia viene usata a mo’ di attenuante generica, per smussare e sminuire la libertà visionaria di talune opere come quella in oggetto: è, il nostro, un Paese intimidito dalla sua stessa mediocrità, tramortito dalla sua mancanza di gusto, trattenuto da una debolezza contrabbandata per pudore. Anche al cinema, soprattutto al cinema, l’italianità è un virus che parte dallo spettatore ed arriva al distributore, poi a registi e sceneggiatori: il percorso è questo, non l’inverso. Accade a volte che si squarci il velo e piovano in sala schizzi di caos, di anarchia creativa maieutica, che facciano identificare una cinematografia ostracizzata, ad esempio il Giappone, con le opere di un autore che si è trovato al posto giusto al momento giusto. Penso a Kitano, di cui ci si è riempita la bocca per quasi un decennio, un regista che ha avuto una fortuna esagerata in Italia, i suoi film vissuti come un pellegrinaggio a Lourdes, tra ascesi mistica e fede aprioristica. Una volta che Kitano ha diradato la sua produzione, o si è messo ad esplorare territori fuori dall’etichetta abusivamente attribuitagli, ecco i coccodrilli dolenti della critica pecoreccia, il sarcasmo, la lapidazione. L’oblio. Dopo di lui, pubblico e distributori hanno guardato altrove, forti di un diffuso sentimento di rimozione, relegando il Giappone a provider di contenuti per teenagers da multisala: 12 film giapponesi distribuiti in Italia nel 2014, solo due tra i 100 più visti, Capitain Harlock (33°) e Doraemon (69°)..

parasyte manga

Animazione, ri-animazione, questo chiediamo oggi al Sol Levante, ovunque nella Penisola meno che ad Udine, al benemerito Far East Festival, dove Parasyte: Part 1 ha goduto dell’interesse e dell’attenzione che merita. Perché è un film del genere body invasion, quindi vive su un territorio necessariamente classico, retrò, eppure riesce a inocularsi nel canone con geniale inventiva. E con tanta tanta ironia, che è il motore di tutto. I parassiti del titolo sono vermi di laboratorio, simili a scolopendre albine, che si intrudono nei corpi degli ignari umani ospitanti per via aerea, ne divorano il cervello e ne prendono le sembianze, salvo mutare la faccia delle vittime in mostro, metà creatura gigeriana e metà pianta carnivora de La Piccola Bottega degli Orrori, quando hanno bisogno di cibo, cioè di corpi umani. L’invasione sembrerebbe cruenta ed inarrestabile, ma incidentalmente un parassita prende possesso di una mano invece che della testa di uno sfigatello adolescente, e finisce per empatizzare con lo stesso anziché terminarlo, condividendone sangue, affetti ed una certa tendenza filantropica verso l’intero genere umano.

parasyte

Più che un braccio destro, una mano destra, un baco nel sistema, perché i vermacci sono in piena scalata sociale, partono dall’occupazione dei corpi di livello proletario (una casalinga, un macellaio, un tassista), passano successivamente al controllo dell’ordine pubblico (un poliziotto) quindi al mondo della formazione (un’insegnante carismatica, alcuni capiclasse), ma mirano più in alto, molto più in alto, alle fondamente stesse della società giapponese. Invadono infatti la madre del protagonista, il cardine della famiglia, il motore di tutto, cosicché lui e la sua mano occupata e mutante, occhi sui polpastrelli, bocca sul palmo, falangette a katana telescopiche retrattili, dovranno edipicamente affrontarla ed ucciderla per liberare il Giappone dall’invasor. Sarà però una vittoria effimera, perché nel frattempo, di carneficina in carneficina, mangiando carne di sexy studentesse (rsvp Takashi Miike),  gli ultracorpi si sono riorganizzati e mirano al livello politico, non più alle fondamenta della società ma al potere costituito.

parasyte 2

Film semplice eppure nutrito da una molteplicità di sottotesti – qualcuno, non a caso, lo ha accostato alla nuova carne di Cronemberg, oppure all’assoluto The Host di Joon-ho Bong -, alterna sapientemente i toni della commedia nera e del melò, spruzzando gore e splatter nella giusta quantità. I protagonisti – tutti i protagonisti, umani e parassiti – sono perfettamente caratterizzati non bidimensionali, agiscono spinti dalla logica o dai sentimenti mai a caso, e costruiscono un mondo disturbato ma del tutto plausibile. Come le orride scolopendre albine, Parasyte si intrude sottopelle ed arriva al cuore ed al cervello, e quando scorrono i titoli di coda sento uno strano gorgoglio salire dalle mie viscere. Non è fame, non è nemmeno un rutto, sono le fusa del mio animale, mi ringrazia per la visione che gli ho apparecchiato.

 

 

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Un pensiero su “Parasyte: Part 1. The Japanese handjob

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