As the Gods Will, di Takashi Miike. Dio c’è.


Dio del Cinema, se riuscissi a fare un capolavoro di film, non mi importerebbe di morire. Adesso è nelle tue mani. Dio del Cinema, esaudisci il mio desiderio! Ti prego, Dio del Cinema! Parole sante, pronunciate dentro Why don’t you play in hell? di Sion Sono, io me ne approprio e le giro al destinatario, al mio Dio del cinema, meglio, ad uno dei miei Dei del cinema, Takashi Miike. As the Gods Will.

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L’invocazione ai numi potrebbe apparirvi contraddittoria, vi è noto infatti il mio radicalismo ateo e la confessione di laicità più volte rinnovata, e a pensare male non sbagliereste, perché la coerenza è l’unico cardine di una esistenza dicotomica. Vieppiù, in questa circostanza sono costretto all’abiura dei miei sani principi, ammetto di non sapere chiamare Miike in altro modo se non Dio del cinema. O Demone del cinema, se questo può servire a rassicurarvi. Il riferimento è alla capacità sovrannaturale mai esausta di creare universi imprevedibili, di spaventare, disturbare, rallegrare, devastare nel breve volgere di pochi fotogrammi. Penso anche alla sua fecondità, certamente, come uno Zeus infoiato Takashi è sempre a lavorare – o a divertirsi -,  secerne follemente 3 o 4 film all’anno, una valanga, un blob di veleno e zucchero filato che inghiotte il mondo, senza che questo se ne accorga. Chi è arrivato a leggermi fin qui, non ha bisogno che io citi dei titoli, il rapporto con Takashi è esperienza troppo intima e personale per tracciare classifiche o raggruppamenti, però occorre dire questo: Takashi è il mio Dio perché mi ha aperto gli occhi, da socchiusi che erano me li ha fatti sgranare, quindi lo amo e lo adorerò per sempre. Soprattutto al giorno d’oggi, quando molti fedeli del buon tempo lo hanno abbandonato, dacché anche gli dei del cinema invecchiano, io rinvigorisco la mia fede e canto la sua gloria, sia fatta la sua volontà, amen fratelli, amen.

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As the Gods Will, dicevo, è un racconto dei racconti tratto da un manga (che non è attenuante generica, ma incentivante orgasmica), un canto di libertà e di terrore, un invito a girare con un triciclo nei corridoi della mente della divinità, cioè di Miike in corto circuito sinaptico. I protagonisti sono i suoi amati liceali di Tokyo, costretti nelle loro uniformi come nei rituali sociali, alle prese con il male di vivere che d’improvviso diventa il Male, senza se e senza ma. Il Male, la casualità della morte, l’impossibilità di essere arbitri del proprio destino. Un gruppo di adolescenti, quasi amici, si trova ad affrontare prove di sopravvivenza terribili e spaventose nel non luogo per eccellenza, la scuola, che non ha più pareti ed è racchiusa in un cubo gigantesco volteggiante nei cieli di Tokyo, sopra una folla adorante. Argonautiche le prove che i ragazzi vengono ad affrontare: una testa di mostro kabuki li costringe ad un letale un, due, tre stella! da fare in classe finche ne resti – vivo – soltanto uno, poi un gattone meccanico della fortuna che sembra Yattaman li stermina in palestra,  fino a quando uno non capisce come disattivarlo, e non finisce qui. Altro giro, altra stanza: lo schiaffo del soldato con bambolottoni volanti di ceramica, come una roulette russa, e poi gli enigmi sanguinari del ciclopico Orso Bianco, come fosse una Sfinge infernale.

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Allegorie del caos, metafore della vita in chiave shintoista, iconoclastia della tradizione: forse che sì, forse che no, il risultato è un incantesimo dei miei occhi e di quel che resta della mia mente. E quando gli occhi sono lì fissi, quando adorante applaudo il culmine del simbolismo, l’esplosione dell’immaginazione, la visione definitiva, ecco che Takashi cambia occhi e linguaggio, riservando ad una matrioska, dico, ad una matriosca, l’onore di sottoporre ai sopravvissuti l’ultimo esame. O il penultimo, perché gli esami non finiscono mai, e uno va avanti, ed avanti, ed avanti, si convince che l’esperienza è la somma degli errori, che il coraggio e la caparbietà trovino sempre riconoscimento sociale, invece, beffa della beffe divine, ci vuole solo fortuna, maledetta fortuna, è lei la livella, lei che permette al più valoroso dei ragazzi, ed anche al più vile – se viltà è il rifiuto di un agire cavalleresco, o almeno filantropico – di sfangarla, di diventare modello paradigma quindi idolo.

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As the Gods will è un’ode alla creatività, alla libertà di immaginare e di vedere, è lo spettatore che entra in un tempio pagano convinto di saper distinguere bene e male per scegliere di conseguenza, poi si accorge di non avere alcuna possibilità di scelta, né di comprensione, perché le risposte sono tutte sbagliate, allora bestemmia e se la prende con Dio, con il suo Dio,  che lì non c’è ma è dappertutto, perché se ne sta a ridere folle dietro la macchina da presa, e si chiama Takashi Miike. Amen, fratelli, amen.

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