C’era una volta il (Slow) West


Certamente ricordate tutti la scena di Alta Fedeltà nella quale John Cusack mette su un cd nel suo negozio, scommettendo con il suo aiutante che in una manciata di minuti avrebbe venduto 5 copie del disco. L’irresistibile canzone che si sente è questa, la band è la Beta Band e il disco, monumentale, è The Three E.P’s (tra l’altro quella scena ha provocato un boom di vendite negli Stati Uniti impensabile per i Beta Bandidos prima d’allora: merito di Stephen Frears, ma anche di John Cusack che collaborò alla sceneggiatura) che quando uscì, alla fine dagli anni 90, sembrava provenire da un’altra galassia. Nella band militava un certo John Maclean, che ne ha diretto inoltre quasi tutti i videoclip – stilisticamente si possono considerare dei piccoli film – incluso questo. Dopo lo split della band, ha diretto due corti, che con Slow West hanno in comune l’attore protagonista: il suo amico Michael Fassbender.

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Il sedicenne Jay è troppo giovane e ingenuo per il Colorado di fine ‘800, ma con gli occhioni di Kodi Smit-McPhee (occhioni ai quali siamo sensibili, memori di The Road, Lasciami Entrare e Apes Revolution) ci si immerge alla ricerca della sua amata Rose. Il road-movie nel West diventa anche buddy-movie, quando incontra Silas, personaggio ambiguo e fascinoso – ha pure il sigaro d’ordinanza tra i denti, Michael Fassbender è davvero un po’ Steve McQueen un po’ Clint Eastwood  – che si offre di scortarlo per un pugno di dollari. O forse per qualche dollaro in più. Sarà un viaggio difficile, disseminato di pochi buoni, tanti brutti e molti cattivi, tra i quali giganteggia un Ben Mendelsohn come sempre da applausi.

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Film luminoso e ben fotografato, una colonna sonora (che non poteva certo comprendere la folktronica della Beta Band) incentrata su un tango efficace anche se un tantino inflazionato, simil In The Mood For Love, facce perfette (gli unici americani a recitare in questo film sono probabilmente i nativi che sporadicamente vi appaiono, più che altro per sottolinearne storicamente il continuo massacro; su questo fronte totale realismo, quindi, visto che si tratta della storia di una nazione creata quasi per intero dagli immigrati) e una sceneggiatura che, più che dal cinema di frontiera, sembra attingere dai classici della letteratura, dalle pagine di Mark Twain e compagnia bella. Amore romanzesco, tragedia scespiriana, immigrazione, violenza ineluttabile.  Un racconto ricco di cose e personaggi e siparietti, black humour vicino ai fratelli Coen, schizzi di surrealismo che rendono Slow West quasi parente (molto alla lontana) di Dead Man.

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John Maclean mette subito le cose in chiaro, iniziando con le parole “c’era una volta…” a raccontare la sua fiaba intimista e smitizzante.  L’impressione è che nella memoria resterà impresso ben poco di questo film, forse soltanto la catalizzante presenza di Michael Fassbender, e la ferocia del personaggio di Rose, molto più calata nella vita tremenda di frontiera rispetto al suo innamorato, un po’ fighetto un po’ sprovveduto.

Slow-West-Rose

“In a short time, this will be a long time ago”.

Appunto.

 

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