Kingsman The Secret Service, mass murder is so sexy!


Cosa va a fare Colin Firth, vestito come un damerino, in chiesa? Sarà per il suo matrimonio, andrà incontro all’altare compunto e visibilmente commosso. No? Allora starà partecipando ad un funerale, con le stesse compunzione e commozione che avrebbe avuto al proprio matrimonio. Nemmeno? Strano. Starà andando lì per stare solo commosso e compunto, la chiesa vuota al mattino è l’ambiente perfetto per pensare e prendere decisioni difficili. Neanche? Cos’altro può andare a fare Colin Firth in una chiesa? Sicuri che sia lui? Certo, sembra lui, è uno vestito come Colin Firth, l’attore che conosciamo (oops, che conoscete) come Mr. Darcy, ma è davvero lui a rivolgersi ad una vegliarda timorata di Dio in questo modo: “Sono una puttana cattolica, al momento mi sto godendo una relazione extraconiugale con il mio amante nero ed ebreo, che lavora in una clinica abortiva per le donne che fanno il militare. Ave Satana, signora, le auguro un piacevole pomeriggio”?

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E’ lui, è lui, è proprio Colin Firth, e con questo augurio dà il via al più efferato, esorbitante, eversivo massacro che abbia mai avuto luogo in una casa del Signore su grande schermo, una roba da far impallidire Q.T. (Kill Bill), R.Rodriguez (Once Upon a Time in Mexico), A.Ferrara (Il Cattivo Tenente) e compagnia dissacrante. Perfino John Woo, il diabolico coreografo delle colombe e dei proiettili tra gli inginocchiatoi, scolora in volto a questa vista, ma questa forse è una distorsione cromatica dovuta al ralenty. Musica maestro, vai con Free Bird dei Lynyrd Skynyrd, questo è un grande film, è Kingsman: the Secret Service.

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Che attorno a questa macelleria sconsacrata è un’opera a cambio manuale,  5 marce più la retro per una velocità sempre cangiante, accelerazioni lancinanti e frenate che sfidano le leggi della dinamica, nella ossessiva e vittoriosa ricerca di un’altra via per la spy story, differente d quella visionaria di Sam Mendes, dalla integralista di Tomas Alfredson, dalla ridanciana di Jay Roach, ma anche inglobante i medesimi percorsi autoriali. Dirige un purosangue, non un mestierante, Matthew Vaughn da Kick Ass: è noto il suo amore folle per gli spettatori, parimenti è noto il suo peculiare modo di mostrarlo, spiazzando e fracassando ogni aspettativa o sindrome pavloviana da causa-effetto. La materia di Kingsman sconfina quasi nell’autobiografia: i Kingsman, ispirati a Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, sono i membri di un servizio segreto apolitico apartitico anacronistico, senza limiti di budget per salvare episodicamente il mondo. Come Vaughn – il cui vero nome è Matthew De Vere Drummond, anzi Matthew Allard Robert Vaughn – appartengono tutti all’aristocrazia britannica e la loro base segreta è l’esclusivissimo negozio di un sarto. Un negozio nel quale i cartellini dei prezzi non sono esposti, per evitare di impressionare i passanti.

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Nella base, gli agenti scelgono di volta in volta i gadget necessari alle missioni, diavolerie degne di James Bond (gli omaggi e le strizzatine d’occhio a Ian Fleming sono millanta) e derivati: ombrelli antiproiettile, scarpe-a punta avvelenata, penne stilo amnesifore, e così via. Tutti aristocratici i cavalieri segreti, tra essi Colin Firth ambisce a fare il rottamatore e ad arruolare giovani allievi del sottoproletariato urbano, uno in particolare, adolescente impavido, plebeo figlio del plebeo che lo salvò in un blitz militare (ripreso in modo degno dell’Uwe Boll più elevato, quello di Postal).
Potrebbe essere una storia classica di spionaggio e riscatto, invece è tutta una colossale presa per i fondelli, visto che il nemico, il Goldfinger di turno, è Samuel Jackson. Black tycoon, con la s moscia e vestito da Christof di Truman Show, vuole distruggere il genere umano, coadiuvato da una sexy assistente senza gambe con protesi deambulatorie al titanio, come un Pink Pistorius kill kill. Satira sfrenata quindi, sociale in quanto rivolta alla società tutta, dalle categorie protette, agli antichi lignaggi, alle minoranze discriminate. Un solo, grande Fuckoff (o un Kick in the ass) e tante tante mazzate, riprese con uno stile paragonabile soltanto alla virtù di Gareth Evans ed alla sua trilogia del Silat (Merantau, The Raid I e II). Botte da orbi ovunque, in casa, al pub, in chiesa, scene di addestramento alla Full Metal Jacket  con aggiunta di mescalina ed un pizzico di Point Break, inseguimenti da videogame (nell’accezione nobile, non nella vulgata Mereghetti) nella tana dei cattivi, la cara vecchia base nascosta dentro la montagna, una Morte Nera alpina, dedalo di corridoi new optical e di miliziani simil Soldati dell’Impero.

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Le traiettorie dei moti sono orizzontali o verticali, con una spia astropalombara lanciata oltre l’atmosfera, trainata da due palloni aerostatici testicoliformi, per colpire il satellite che attiverebbe lo sterminio globale. Non si tira mai il fiato pena esplosione cardiaca, Kingsman come Crank, per lo spettatore non per il protagonista. E sul più bello, anzi, su uno dei più belli, quando si è convinti che le mazzate possono salvare il mondo, l’ennesimo twist, l’ennesimo cambio di registro, tutti i componenti di un gruppo alla Bilderbergh che …perdono la testa, in un delirio pirotecnico indimenticabile.

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Ce ne sarebbe abbastanza, ma dalla cronaca vera (IMDB) salta fuori che Matthew, sollecitato dalla sua consorte Claudia Schiffer, ha assunto un’intera legione di combattenti nepalesi a riposo, i Gurkha fedeli alla Corona Britannica, per la sua difesa personale. Gli hanno infatti riferito che Colin si aggira nei paraggi della sua magione, compunto e visibilmente commosso, brandendo un machete insanguinato.

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