In the Name of the Son. La Chiesa al tempo della Pede-strojka


Ho svariati difetti, il peggiore, dal punto di vista delle relazioni sociali, è che non sono fisionomista. Non ricordo le facce, i connotati, i dettagli. Niente. Posso incontrarvi oggi, passare con voi una giornata intera al mare, o intrattenermi con voi il tempo di un caffè, e niente. Domani voi mi saluterete, io vi guarderò stolido, attonito, chiedendomi perché mai degli sconosciuti mi rivolgano la parola anche sorridendo, convintamente consapevole di avere qualcosa fuori posto che attiri l’attenzione. Può darsi sia una questione di ossigenazione del cervello, fatto sta che questo difetto si attenua se inspiro ed espiro lentamente, se riesco a rilassarmi, come ho fatto ieri, quando ho visto in tv Papa Bergoglio, ho inspirato, ho espirato e la sua somiglianza con Gorbaciov mi è parsa lampante, assoluta. Gorbaciov, l’uomo della Perestrojka, uguale a Bergoglio, l’uomo della Pede-strojka. Au Nom du fils, di Vincent Lannoo.

au-nom-du-fils poster

Occorre partire da Vampires, sempre di Lannoo, presentato al meritorio Torino Film Festival nel 2010, premiato nel silenzio a Malaga e poi dimenticato dal mondo cinefilo, fino al 2014, quando Clement e Waititi, agli antipodi dell’orbe terraqueo, hanno realizzato il loro strepitoso, scompiscioso, sperticosissimo What We Do in the Shadows, mockumentary su tre sgarrupati vampiri che vivono come sfigati fuorisede, si scontrano con gang suburbane di lupi mannari puzzoni, frequentano bloody pub desolati e tristissimi. Tutto geniale, esilarante, trascinante, peccato sia un plagio assoluto di Vampires appunto, perché il belga Lannoo aveva già fatto il mockumentary su una famiglia medio borghese di vampiri alle prese con l’integrazione e la vita di tutti i giorni, nelle Fiandre anziché in Nuova Zelanda, identico nelle trovate e nel senso complessivo della storia, solo che pochi lo avevano visto, pochissimi lo ricordavano, me compreso. Mea culpa mea culpa mea maxima culpa, per rimediare mi sono messo apostolicamente sulle sue tracce, scoprendo che nel 2013 Lannoo ha vinto l’ambitissimo Melies d’oro con Au Nom du Fils, battendo in finale, oltre al connazionale Van Warmerdam (Borgman), un profeta del cinema, un mammasantissima del cinema, un’auctoritas del cinema, Leos Carax ed il suo inconfutabile Holy Motors. Sì, proprio Leos Carax ed il suo Holy Motors, sconfitti da Au Nom du Fils: ora so di avere tutta la vostra attenzione.

au nom du fils 3

Au Nom du Fils è quanto di più duro, dissacrante, blasfemo, ilare, sarcastico, scorretto sia passato sul grande schermo sul tema dei crimini sessuali perpetrati dalla chiesa cattolica. O dai suoi ministri di culto, che ne sono incarnazione, nelle vesti di vampiri (Vampires) di anime, predatori di corpi. Il film di Lannoo è la Norimberga del Vaticano: c’è una donna sposata, santa e pia, che parla di fede e speranza in una delle millemila Radio Maria del mondo. Il marito ed il figlio primogenito, a sua insaputa, sono nelle fila dei Soldati di Pio XII, milizia paramilitare integralista che si allena alla guerra contro l’invasore islamico, poi però accade che il coniuge si faccia saltare le cervella nel corso di un’esercitazione, e il figlio inconsolabile, pieno di odio, trovi sollievo nelle amorose lubriche cure di un prelato glabro, tenuto a pensione proprio nella casa di famiglia. Il ragazzetto soccombe suicida al peso della colpa e della vergogna, alla madre crolla il mondo e la croce addosso, da cristiana innocente diventa assatanata colpevole, si procura un dossier sui religiosi pedofili (fracassando il cranio al vescovo che lo deteneva, a colpi di tazza da tè…), si arma dell’arma del caro estinto e fa una strage. Una strepitosa, metodica strage. Dentro le chiese, nei confessionali, nelle sagrestie, nelle canoniche, fin sotto i porticati di un convento, perché anche le suore, nel loro piccolo, cadono in giovanili tentazioni. Nemmeno Kingsman si era spinto a tanto, lì si massacravano fanatici in luogo sacro, qui scorre il sangue dei lupi in abito talare.

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Ed è un bello scorrere, un magnifico guardare, perché Lannoo è cineasta vero, conosce le regole del western e i dialoghi di Elmore Leonard (da cui Quentin Tarantino), ama John Woo ma anche i romanzi di Cornell Woolrich e le conseguenti visioni di Truffaut. La sua protagonista è infatti un’altra sposa (di Cristo) in nero, uccide per dovere di pulizia etica non per diletto, fino all’ultimo non smette di interrogarsi sul senso della vita, sulla natura che determina pulsioni e destini, sull’amore materno, sulla vendetta. Au Nom du Fils, diviso in 5 capitoli (Libri) più un epilogo, è un film sconvolgente nell’alternanza dicotomica degli stili, con gli umani contro gli inumani, gronda humour odio e iconoclastia ma al tempo stesso è dolorosamente, intrinsecamente intriso di pietà.

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Un’opera  epocale, una visione auspicatamente futuribile, non fosse che la realtà opprime ancora la fantasia, e la pedofilia dei preti non viene contrastata con fucili caricati a pallettoni, ma con muri, di più, con megaliti di silenzio, di vergogna e di omertà.

 

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