Speciale Poltergeist, parte 1. Il miglior film di Spielberg


As God is my witness, I saw the thing. It’s unbelievable. Il genere horror non è morto, anzi è vivo e lotta insieme a noi: facendo due conti, si scopre infatti che nel 2014 sono stati prodotti e distribuiti worldwide ben 147 film di paura, 84 in più, per prendere un anno a caso, del 1982. Non è un problema di quantità infatti, ma di qualità, perché a scorrere i nomi dei registi ci si accorge che l’horror attuale è pieno di pischelli che si fanno (e che maciullano) le ossa, o di mestieranti più o meno velleitari, invece nell’anno dei mondiali ci si spaventava con Dario Argento – quello vero, Argento vivo – Carpenter, Romero, Schrader, Fuller, Fulci, Damiani. E poi, o prima, campione del mondo dell’82 era Poltergeist, non un altro film sulla possessione ma un film posseduto, bipolare, maledetto. E capolavoro del cinema di tutti i tempi, ça va sans dire, girato da una coppia di fatto, Steven Spielberg e Tobe Hooper. Per le famiglie, sulla famiglia: quella americana dei baby boomers, diventati grandi e ricchi a forza di deregulation ultraliberista e megabolle immobiliari. Ma stiamo zitti un attimo e mettiamoci a guardare la ridente Cuesta Verde, nuovissimo esclusivissimo complesso residenziale di California, entriamo in casa dei Freeling, in questa villetta su due livelli, monofamiliare in tutto meno che nell’antenna e nel telecomando della TV, condiviso in duplex con i Tuthill, odiosi vicini facce da sitcom. Al piano terra ampio salone, cucina e disimpegno; al piano di sopra i servizi, la stanza da letto dei bimbi, quella della figlia più grande, poi quella matrimoniale. Zoom qui: Steve, marito e padre, legge una biografia di Ronald Reagan; Diane moglie e madre, ha sul comodino un saggio di Jung. Carol, la figlia più piccola, è forse sonnambula, la notte prima l’hanno trovata che parlava al TV color, imbambolata davanti all’effetto neve, ma loro sono rilassati, complici, arrivati. Lei fuma una sigaretta, no no, è proprio uno spinello, sta per passarlo al marito, incredibile, e se si sveglia qualcuno? Qualcuno in effetti si sveglia, in questo e quell’altro mondo, e comincia la sarabanda.

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Poltergeist è una storia fantastica, una fairytale, in cui i nostri eroi devono lasciare il noto per l’ignoto, intraprendere un doloroso percorso di consapevolezza, cioè di formazione. Che incomincia non a caso da una bambina e da una televisione che la rapisce, perché è la televisione la magistra vitae di quegli anni, è lei che parla e racconta ai più piccoli. Quindi è lei la strega che se li mangia in un boccone… macché, troppo facile, qui la TV non è il messaggio, è solo un connettore, la porta verso la luce, e Carol Anne come Danny Torrance ha la luccicanza (Shining è del 1980). Anni prima, le luci venivano da altre galassie e preannunciavano incontri ravvicinati, oggi vengono dall’aldilà, meglio, da un limbo indistinto, ci piace immaginarlo come l’arenile acquitrinoso del Tree of Life malickiano, dove uomini e donne morte camminano senza requie prima di ascendere, o discendere. Spielberg produce e super-dirige, in quegli anni è all’apice del suo masochismo new age, crea (qui sceneggia pure), immagina, abbaglia, perturba, riempendo la visione di immagini fuorvianti, nel senso che conducono al fuoricampo, all’ignoto. La TV è un mezzo, poi c’è il bambolotto pagliaccio (rsvp ancora Stephen King, ma IT è del 1986), l’albero maligno, l’armadio (siamo in una casa da ricchi, qui è una cabina armadio), l’antico cimitero indiano.

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Archetipi fiabeschi tra vetero e neogotico , volti dell’oscurità cui si contrappongono senza esito i simulacri del pop, giocattoli innocui nella stanza dei bimbi che sarà violata: supereroi Marvel, Chewbacca, Darth Vader, Yoda. Simulacri questi, non talismani, infatti nulla possono contro la forza oscura, il voi-sapete-chi, la Bestia. La Bestia pensa, la Bestia sa: don’t give it any help, it knows too much already. Malignamente si annida tra le anime dei trapassanti, ombroso si nasconde in un mondo di luce (Lucifero infatti significa “colui che porta la luce”), viscido semina il dubbio che corrode certezze e sentimenti, immondo vuole suggere la vita della piccola. Che stridula chiama la mamma, invoca aiuto, il suo urlo catodico analogo all’”Help meee!” del povero dottor K (The Fly, 1958), piccola mosca in attesa di essere divorata dal Ragno. La casa scricchiola, la famiglia rischia di crollare, allora arriva l’aiuto dall’esterno, il salvatore è un medium, nel senso etimologico di “mezzo attraverso il quale” trovare la via di ritorno. Dapprima Mrs Lesh con i suoi collaboratori, Ghostbusters ante litteram (il film di Reitman è del 1984), armati di sensori ultrafanici e macchina da presa per riprendere la paranormal activity. Il film nel film si gira dentro la casa, forze oscure teleorientano l’inquadratura sulla scala finto vittoriana, come quella di Viale del Tramonto però da percorrere all’incontrario, geniaccio di un Hooper (o di uno Spielberg), come un Viale per l’Alba. Lo farà la vera salvatrice, l’assoluta, indimenticabile Tangina Barrons, altera e inquietante come una nana di porcellana. Tangina deve fare pulizia, “we have to clean this house”, usa la stessa terminologia degli SWAT commando. Occorre un blitz per liberare l’ostaggio, ma affinché riesca serve una forza più grande di quella oscura, la forza dell’amore, la fede nell’amore, che è luce esso stesso.

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There is a light that never goes out. Ora sì che ci sono i talismani contro il babau, c’è l’anello nuziale, che Diane strofina invocando la bimba, c’è la corda, la metafora più chiara di un nuovo cordone ombelicale, Steve la tiene ben salda quando Diane varca l’altra dimensione e va a riprendersi Carol Anne, insieme ce la fanno, ritornano nell’aldiqua, sembra una nuova nascita. Fine dell’incubo, tutto è bene quel che finisce bene, the house is clean!, annuncia solenne Tangina. Ma tutti non vivranno per sempre felici e contenti. Perché all’inizio lo abbiamo scritto, il film è bipolare, quindi di improvviso va in detour e decide di disvelare la sua anima vera, quella creepy, quella ultraweird, quella di Hooper. La famiglia è costretta ad uscire di scena, Diane sfugge addirittura ad un tentativo di stupro da parte dell’empio caprone. Luci della ribalta ora sulla casa, la proprietà privata, la cattiva coscienza dell’America wasp, costruita sul sangue, sul sopruso, sullo sterminio e la profanazione di ciò che di più sacro preesisteva. Il diavolo allora pare un wendigo nativo americano, le tombe esorbitano dal sottosuolo, vengono fuori come monoliti (sembra la scena del sogno alato di Sam in Brasil di Gilliam, 1985), salme e scheletri ovunque, persino a bagno nella costruenda piscina, si salvi chi può! Con i nostri eroi al riparo là fuori, la casa implode tra lampi di luce, viene letteralmente divorata dalla terra che occupava, al suo posto resta un cratere osceno, come crateri saranno le prime vere rovine dell’America, le Due Torri, vent’anni dopo. Non si tratta di preveggenza, ma di visione. Si tratta di grande cinema. E fanculo alla TV.

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Questo post, in versione cartacea e tangibile, è in Nocturno n. 151. L’avete comprato, vero?

 

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2 pensieri su “Speciale Poltergeist, parte 1. Il miglior film di Spielberg

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