Speciale Poltergeist, parte 3. Carole Anne, bina e trina.


La storia, scritta dai vincitori, racconta che Poltergeist è un capolavoro assoluto, mentre i suoi sequel sono delle semplici derivazioni apocrife, paccottiglia franchise per mungere botteghini e fans. La nostra teoria, complottistica anzichenò,  è che la saga avrebbe dovuto essere una festa a tema b-movie già a partire dal primo capitolo, che per questa ragione fu affidato ad un regista in disarmo, ma che poi Spielberg abbia tradito la missione a causa del suo narcisismo, tramutando in oro quello che andava producendo. Indizi in verità ne abbiamo pochi, è una sensazione che nasce dal fatto che entrambi  i sequel siano stati consapevolmente affidati da MGM a registi artigiani, e siano stati intenzionalmente scritti con penna ruvida da popcorn movie, con la differenza che Poltergeist 2 è una commedia horror dove dominano ironia e grottesco, mentre Poltergeist 3  è un thriller soprannaturale dove un boogeyman imperversa in modo immaginifico.

poltergeist 3

 

poltergist 2

Alla regia del secondo capitolo (1986) Brian Gibson, e già l’incipit, con lo sciamano indiano ad invocare uno spirito tra fiamme in technicolor, è tutto meno che spaventevole. Il pellerossa è Taylor, compagno di sindacato di Tangina, e si insedia con il suo tepee (!) nel cortile di casa Freeling, a bada dagli incombenti demoniacci. La casa è quella della nonna, perché la famiglia è caduta in disgrazia: per contrappasso, Steve non vende più case maledette ma aspirapolveri difettosi, Diane invece pratica il giardinaggio. I figli sono due e non più tre, non c’è Dana, forse al college (l’attrice Dominique Dunne era morta da poco, assassinata dal fidanzato). Niente TV in casa, per carità, ma stavolta il male non ha bisogno di arrivare via cavo, bussa alla porta ed ha le sembianze del reverendo Kane (l’immenso Julian Beck, fondatore del Living Theatre), guru non morto di una setta pseudomormone, sepolta viva dagli indiani sotto il noto cimitero di Cuesta Verde. Kane canta, salmodia e minaccia, potrebbe essere inquietante ma è così istrionico da strappare applausi e simpatia. Il racconto è davvero poca cosa, esegetico degli elementi del primo Poltergeist: si insiste sull’amore familiare senza convinzione,  ma stavolta il protagonista è babbo Steve nel suo percorso di formazione per diventare indiano metropolitano, maschio alfa del suo piccolo mondo.  Attraverso situazioni e dialoghi da buddy movie con Taylor (“Tequila”? dice Steve offrendone un sorso a Taylor. “Ta-kill-yaaa!”, gli risponde l’indiano sdegnoso), Steve degenera in un crescendo di follia fino allo zenit, quando ubriacatosi inghiotte il verme stregato della bottiglia di Mescal e viene “ingravidato” dal maligno, assumendone voce ed intenzioni. Per poco tempo purtroppo, perché bastano due moine bagnate della languida mogliettina a fargli vomitare l’intruso, sorta di alieno concepito dal papà di Alien, H.R.Giger (che si limitò a disegnarlo disconoscendone la realizzazione). È già quasi vittoria, ma siccome anche Tangina reclama il minimo salariale bisogna che i Freeling finiscano l’opera, allora tutti insieme di nuovo a Cuesta Verde, e con lei e Taylor giù giù nel cratere, a lottare con Kane e a riprendersi dalla quarta dimensione la solita Carol Anne, grazie anche ad una nonna medium trapassata di fresco. Tutto è bene quel che finisce bene? Non ancora, bisogna che lo sciamano indiano sia lautamente retribuito per la sua prestazione, non con caramelle o specchietti ma con una bella giardinetta familiare, e così Steve gli regala la Freeling Wagon, e tanti saluti ad un altro status della middle class americana. Applausi e risate a crepapelle.

 

poltergist 3

Rispetto al primo ed al secondo capitolo, Poltergeist 3 (1988) cambia verso e rottama quasi tutto, decontestualizzando la piccola Carol Anne (sempre interpretata da Heather O’ Rourke ) dai Freeling per trasferirla in un grattacielo di Chicago, a pensione da zia Pat (Nancy Allen), che convive con Bruce e la di lui figlia Donna. Alla regia Gary Sherman, interessato a sperimentare nuovi sviluppi narrativi su  altri archetipi dell’horror: abbandonati il cimitero indiano, il pagliaccio, la setta satanica, è il turno degli specchi, dell’acqua, del freddo, di  una location verticale organizzata come una comunità chiusa autosufficiente (centri commerciali, gallerie d’arte, piscina), la cui dimensione claustrofobica è essa stessa un peculiare vettore di angoscia (ascensori, scale, corridoi, garage, telecamere  a circuito chiuso).  Sherman è volenteroso e decide di puntare tutto su Kane, come in Poltergeist 2, ma Julian Beck intanto è morto e così deve ricorrere ad un caratterista, tal Nathan Davis, dignitoso gregario senza il guizzo da genio del male. Il nuovo Kane è un man in the mirror, vive nell’altrove dentro gli specchi, infesta con la sua demoniaca presenza l’intero grattacielo, compromettendone la struttura portante quasi fosse un (altro) inferno di cristallo. L’obiettivo è sempre Carol Anne, che sola può guidarlo/li verso la luce (“Lead us into the light!”), e con i suoi arcani stratagemmi riesce anche ad intrappolarla, ma non ha fatto i conti con Santa Tangina da Cuesta Verde, patrona dell’amore familiare e gran motivatrice. Tangina istruisce zia Pat e zio Bruce, di modo che uniti nell’amore diversamente coniugale possano salvare la piccola, e questi partono per un viaggio nel grattacielo che è più adrenalinico del tunnel degli orrori al luna park, attraverso un garage dove macchine ghiacciate come iceberg tentano di investirli, in un reparto frigo dove quarti di bue si animano e l’acqua scorre in modo opposto alla gravità, in un ascensore che tenta di fracassarli su e giù come un’attrazione di Gardaland. Un viaggio allucinante pieno di effetti speciali ancora oggi insuperati, è qui che Sherman realizza il suo capolavoro, perché come un prestigiatore gioca sulle illusioni ottiche, con specchi, liquidi e superfici riflettenti piuttosto che con macchine di scena e postproduzione, forte di una personale idea di cinema in cui l’immagine è vera come la finzione che la rappresenta . Significativo come un manifesto è il dialogo tra il dottor Seaton, preside della scuola per “eccentrici” frequentata da Carol Anne, e alcuni osservatori incuriositi dall’atteggiamento della piccola: “That little blonde girl keeps staring at the mirror as if she sees us. Do you think she can?”, dicono quelli, “ That seems to be one of her dubious talents, making people believe things.”, risponde Seaton. Peccato che gli sforzi di Sherman siano compromessi da una sceneggiatura tarzaniana, con i protagonisti costretti a urlare i reciproci nomi per la più parte del tempo (121 volte viene urlato “Carol Anne”), peccato soprattutto che Heather muoia improvvisamente prima della fine delle riprese, lasciando il film privo della sua star e di un finale decente. Heather O’ Rourke è sepolta nel Westwood Village Memorial Park Cemetery di Los Angeles, accanto a Truman Capote e a Dominique Dunne. Potete cercarla lì, oppure nella vostra TV, al canale zero, ma solo a notte fonda.

carol anne

 

(Tratto da Nocturno 151)

Annunci

Un pensiero su “Speciale Poltergeist, parte 3. Carole Anne, bina e trina.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...