The Tribe, a kind of bad vibe


Sono tendenzialmente un godereccio, ricerco l’evasione fine a se stessa, gestisco senza profitto ingenti quantità di tempo libero. Ho un unico grande nemico, il vuoto di senso, lo affronto ad armi impari su due fronti, il mondo esterno l’uno, il mio cervello l’altro, così, inside out, conseguendo talvolta successi effimeri, stati di beatitudine altamente volatili, fuochi fatui nell’oscurità del non significante. Considero la caverna un luogo sicuro, la visione continuativa e durevole un sedativo portentoso, quindi faccio ricerca, di film che abbiano qualche senso, un certo senso, tanto senso. Questo film invece è andato oltre, ha troppo senso. The Tribe, di Miroslav Slaboshpitsky.

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Perché se senti il bisogno di comunicare didascalicamente come è strutturata la tua opera, significa che vuoi spararmi in faccia con un fucile a canne mozze, quindi non mi vuoi prigioniero, mi vuoi proprio morto ammazzato e pure male. Ok si comincia, warning in lettere bianche su sfondo nero, non ci saranno sottotitoli perché va in scena una comunità dei sordomuti in straordinaria improvvisata performance attoriale, rovesciamento di prospettiva con ribaltamento di significato, lo spettatore va in straniamento in quanto l’alienitudine del rappresentato non è lenita da alcuna forma di mediazione culturale, acustica o visiva. Già qui il senso esorbita, resto in bilico tra uno sguardo antropologico e un voyeurismo colpevole ma espiatorio. Il mio malessere si aggrava bruscamente a seguito della repentina contestualizzazione, si è infatti in Ucraina, il buco nero dell’Europa, dove si combatte una guerra tra le forze del Male e le forze del Peggio, ma le bombe esplodono senza fare rumore, nel silenzio assoluto dell’Occidente Mondo sordo muto alla tragedia. O è l’Ucraina medesima ad essere priva di udito e di voce, tanto non cambia, il territorio resta quello del monito, del metaforone.

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Fortunatamente c’è anche un’idea di cinema, un trionfo di piani sequenza assai dinamici che danno ritmo alla narrazione, gli eventi si svolgono in un istituto confondente indefinito perturbante, forse è un riformatorio, forse un collegio, certo è popolato dalla comunità di cui sopra. Una razza sordomuta? Una gang di sordomuti? Una tribù secondo il regista, quindi forma di società primitiva costituita da un raggruppamento di famiglie/individui, etnicamente, linguisticamente e culturalmente omogeneo, con ordinamenti propri, gerarchicamente organizzato sotto la guida di un capo. Il capo, un boss di mala, le leggi, quelle del crimine, l’uso comune, il linguaggio dei segni. Il mio occhio  è sovente quello di Sergey -, ultimo arrivato, che deve inocularsi nell’organismo tribale facendosi strada a suon (?) di mazzate e prove di iniziazione -, a volte non lo è. Non lo è, ad esempio, in tutte le raffigurazioni collegate al sesso, sia esso consenziente o meno: dalla prostituzione notturna nelle aree si sosta per camionisti, alla storia che nasce tra lo stesso Sergey ed una – prostituta per scelta – della tribù, alla violenza del quasi protagonista verso l’amata che lo respinge. Cinismo senza ironia, ad eccezione della morte per schiacciamento da camion di un lenone della tribù, grottesca quanto una barzelletta scorretta. La sensazione forte è quella di essere in un abisso di brutalità umana nel quale muoversi a tentoni, come ciechi piuttosto, ed è un’esperienza che a modo suo mi è familiare, pertiene alcuni film precedenti che raffigurano l’Est come da qui si è abituati ad immaginarlo, appunto brutalità, prevaricazione, sfruttamento, penso a Leviathan, penso al polacco Drogowka. Che è presumibilmente verosimile, lungi da me vagheggiare l’Arcadia oltre gli Urali, è che non sono io il destinatario ideale per le cartoline dall’inferno, io mi interesso dicotomicamente laicamente compulsivamente di uomo e di visioni, rifuggo le compassioni indotte, e quando Slaboshpitsky racconta delle gaudenti prostitute sordomute da mandare al macello in Italia sprofonda nel più distorto e rassicurante dei luoghi comuni. Troppo senso, zeru sensu.

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Ammetto però che costui abbia dei raptus registici tali da riuscire imprevedibilmente a stupirmi,  come quando inscena l’aborto clandestino, agghiacciante ancestrale, o l’ecatombe finale, che evoca la violenza estrema del Petroliere, i monoliti e la tribù dei primati in 2001 Odissea dello Spazio. Momenti in cui il senso non è troppo, è solo uno, l’orrore, e nella caverna restiamo solo in due, io che guardo e lui che parla la mia stessa lingua, sciolta da ogni contrizione sociopolitica.

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