Backcountry. Siamo tutti Bruno


Vi ricordate dell’orso bruno Bruno? Storia del 2006. Bruno scappa dall’Italia (mica è scemo) passando dal Tirolo, poi in Baviera viene accoppato, lasciandosi dietro una scia di morti (polli). Aveva due anni ed era italiano: poteva mai rappresentare un pericolo per qualcuno? Non credo proprio, a parte la potentissima lobby dei pollicoltori. Backcountry è un film che potrebbe servire da megafono propagandistico a chi è contrario alla presenza dell’orso in Trentino, anche se la vicenda è ambientata in Canada, ispirata ad una storia vera: l’attacco di un orso, dieci anni fa, ad una coppia di campeggiatori. Chissà se qualcuno ha visto questo film la notte prima di partire per un campeggio. Se ha annullato la partenza per paura, allora l’opera prima di Adam MacDonald ha funzionato. I trenta secondi del sinistro prologo notturno sono una ripresa dall’alto verso il basso, lenta e inesorabile, che scruta attraverso gli alberi di una foresta, fiocamente illuminata dalla livida luce che precede l’alba. Man mano che la telecamera scende, nelle orecchie sale un ronzio, che potrebbe essere quello di uno sciame di insetti su una carogna. La presenza della morte è inscenata così, e anche se la ripresa termina con uno stacco netto, resterà ad aleggiare su tutto il film.

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Lei avvocato, bella, giovane, sempre appiccicata allo smartphone, in macchina fa i test sulle riviste per assegnare un punteggio al suo fidanzato. Anche lui è bello e giovane, apparentemente sicuro di sè, apparentemente carico di entusiasmo, tanto da trascinare la sua fidanzata in un campeggio nella wilderness di cui all’avvocato non frega nulla. Basta l’apparizione di un maschio alfa nel bel mezzo della foresta, che flirta in maniera ambigua ma tutto sommato innocente con la ragazza, a far crollare le sue finte certezze. E a convincerlo che forse è meglio tenere l’accetta dentro la tenda, per sicurezza. Quando i protagonisti di un film sono così idioti (lui di più, ovviamente) le possibilità sono due, per quanto mi riguarda: o li abbandono insieme al film dopo dieci minuti, o mi monta dentro l’istinto sadico e brutale, e mi ostino a seguirne le tracce augurando loro ogni male possibile. Con Backcountry ha prevalso la seconda opzione, e alla fine le aspettative sono state ampiamente soddisfatte. E’ stato un generoso rimborso spese per tutta la frustrazione accumulata durante la visione di Wild, per tutto quello che avrebbe dovuto subire Reese Whiterspoon in quel film.

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MacDonald si dichiara ispirato dal cinema di Derek Cianfrance, dal quale in effetti sembra prendere molte atmosfere e il modo di osservare (e avvicinarci a) i protagonisti, e da quello di Rob Zombie, influenza riscontrabile nelle violentissime scene di aggressione. Per una volta un regista esordiente non elenca Kubrick, Orson Welles e Hitchcock come fonti di ispirazione, finalmente. Su YouTube è possibile vedere uno dei suoi corti, Sombre Zombie, che merita di far parte della categoria “poveri ma belli” e nel quale compare Jeff Roop che oltre a essere cugino del regista, è il protagonista di Backcountry. L’idiota.

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Non c’è per fortuna ombra di alcuna cabin in the woods, è la tenda l’unico fragilissimo e inutile riparo dalle zanne dell’orso. I due agnelli terrorizzati e smarriti dentro, l’orso affamato fuori. Una scena memorabile e paurosa, la sicurezza non esiste. L’orso affamato ammazza e uccide l’agnello, secondo le più elementari leggi della natura. La meravigliosa visione della foresta, i suoi colori e le sue luci, fanno parte della natura. Proprio come le carni lacerate dalle zanne della belva affamata. Semplice e potente, proprio come Backcountry.

 

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