Re-Animator, di Stuart Gordon


Era il 1985, il film trionfava al Sitges, ad Avoriaz, persino al Fantafestival di Roma, costringendo la critica nostrana ad avvedersi di quanto stava succedendo e a prendere, ahinoi, una posizione, ovviamente reazionaria, ovviamente tranchant. Spiccò in negativo il giudizio di Grazzini sul Corsera dell’epoca: “…ecco inserirsi un esordiente americano che, se continua così, meriterà un’onorificenza all’Ordine del Vomito. Si chiama Stuart Gordon, e c’è da temere che i premi ricevuti lo incoraggino a proseguire”. Il Corsera è notoriamente il giornale dei padroni, che altrettanto notoriamente sono non morti succhia-sangue creature infernali e perciò non tollerano che si faccia ironia sulla loro esecrata specie. Più moderato fu l’approccio de La Stampa, nobile velina paternalista sabauda: “ll film, nel suo genere perfido, non è fatto male – e gli interpreti a esso si adeguano.” Fu però Il Giorno, quotidiano della Milano da bere all’apice della sua diffusione – 150.000 copie toccate nel 1986, prima di un rapido irreversibile declino – a centrare il bersaglio: “… La trovata del film , per il resto giocato senza troppa inventiva sui luoghi tipici dell’orrore paramedico, è che gli zombi sono velocissimi. Smentendo la linea ideologica Romero-Carpenter, i morti scattano sul lettino e si avventano come tarantolati su umani e non umani. Tanto poi, col siero, si risorge tutti.” Zombi in forma olimpionica nel 1985, secoli prima dei 28 giorni dopo di Danny Boyle, dei Walking Dead, dei Morti Dementi. Avanguardia. Re-Animator, di Stuart Gordon.

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Prodotto dal profeta Brian Yuzna, al quale alcuni smemorati attribuiscono la regia, è un’opera straordinariamente complessa ed anche incredibilmente semplice, come del resto è proprio della cifra stilistica di Gordon. Sin dal prologo in stile Scanners e dalla (ri)animazione dei titoli di testa, carissima al successivo pantagruelico cinema di de la Iglesia, vengono definite le premesse di disvalore, si anticipa una visione che attraverso gli occhi sgranati e martoriati dello spettatore intende arrivare a stimolare le reazioni cerebrali più estreme, dalla paura al disgusto, dal desiderio all’ilarità. Lo shock insomma, il corto circuito rivitalizzante generato non dall’accumulo ma dall’amalgama. Si è nel cinema di genere, fieramente splatter ma senza alcuna ingenuità, dal momento che i canoni e gli stilemi vengono adoperati con coscienza e finalità criminali. Da un racconto di Lovecraft si parte per svariare e sul tema del Dr. Frankenstein. C’è un siero fosforescente, luminosissimo come il bicchiere di latte de Il Sospetto (Hitchcock), che iniettato in qualsiasi organismo morto stecchito, umano o felino o altro, lo rianima in modalità Pet Sematary del Re, facendone cioè un automa con esclusive finalità omicide e distruttrici.

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Gordon, memore del suo background teatrale, predilige gli spazi chiusi, quindi l’apocalisse si svolge tra una scantinato ed un obitorio, dove un sinistrato medico svizzero testa la sua scoperta su trapassati non consenzienti, aiutato da un giovane studente americano che è più imbranato dell’(A)Igor di Marty Feldman, ed è a Mel Brooks che vien da pensare più volte, specie quando i due passano in rassegna le etichette dei cadaveri (morto bruciato, morto sparato in faccia, etc) da utilizzare. I protagonisti sono tanti, oltre ai due citati c’è l’amorevole fidanzatina dello studente, il di lei padre, direttore della clinica, in più c’è un primario subdolo occultamente ipnotista che costruisce le sue fortune sul plagio delle scoperte altrui. Tanti, e pure cangianti, perché il medico integerrimo diventa perfido, il buon padre di famiglia diventa dispotico e autoritario, lo psicopatico europeo si traveste da salvatore. Rovesciamento dei ruoli, ribaltamento costante delle prospettive. Non bastasse, anche i personaggi secondari sono perfettamente tratteggiati, dal vigilante di guardia alla morgue, indolente come un parastatale, alla dottoressa incaricata di certificare la morte dei pazienti.

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Gordon pensa sempre a tutto, pure le comparse, siano ferme o in movimento, hanno senso e finalità, ma in questo Re-Animator più che in altri film successivi spicca la sua devozione al padre di tutte le commedie, al dio Ernst Lubistch, che sapeva raccontare anche solo inquadrando specifiche parti anatomiche (Partita a Quattro), come qui accade con una testa staccata rianimata dal siero, o con un braccio e una mano tagliati di netto che continuano a muoversi ferali come fossero dentro il film di Raimi che è invece successivo (1987). Ancora, prima del grand guignol finale, in cui anche gli intestini di uno squartato acquistano vita propria, ecco l’imprevisto, il disturbante, il conturbante: il corpo spogliato della fidanzatina, nuda e florida come mamma l’ha fatta, palpeggiato e slinguazzato in toto – proprio in toto – dal perfido primario, ridotto ad un corpo decapitato che prende ordini da una testa tagliata che se la gode da una vaschetta, rantolando di piacere a mollo in mezzo litro di sangue.

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Non aggiungo altro, perché sono commosso e le lacrime mi hanno inzaccherato la tastiera, anzi si, aggiungo solo una considerazione: se Stuart Gordon avesse gli occhi a mandorla, si chiamerebbe Takashi Miike.

 

 

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