Black Power, Black Addiction. E Spike Lee.


Bad blood runs

Bill Gunn. Alcuni di voi, latenti anziché no, penseranno al wrestler circense, altri, feticisti avantpop, penseranno al personaggio di David Carradine in Kill Bill. In pochi, pochissimi, penseranno al regista ribelle perduto nella notte di un colpevole oblio. Bisogna tornare molto indietro nel tempo, nel 1973, l’anno in cui Jewison girava il suo Jesus Christ Superstar con il Giuda nero e militante, Giuda, che per certa leggenda fu il vampiro primigenio, destinato a vagare per l’eternità in uno stato di non morte, assetato di sangue umano per aver tradito il sangue divino. In quello stesso anno Bill Gunn, sorta di Arthur Miller afroamericano, vinceva il Critic Choice Prize a Cannes con Ganja And Hess, il film che sovvertì la visione razziale e l’immaginario di un’intera nazione. E’ noto infatti che il decennio precedente si fosse chiuso in USA con il riconoscimento, almeno sulla carta, di pari diritti ed opportunità tra bianchi e neri: dalla fine della battaglia costituzionale era scaturita la battaglia sociale, con la mitopoiesi di eroi, antieroi e modelli di riferimento dominanti ma black oriented. Era nata così la blaxploitation, e in mezzo c’era stato Blacula, il primo succhiasangue di colore, nel 1972. A Gunn fu detto di girare un film di quel genere, con il colore della pelle come specchietto per allodole bramose di sangue e fantasie interracial a buon mercato. Ma Gunn deviò di parecchio, realizzando una riflessione autoriale non sul vampirismo ma sulle sindromi da dipendenza (fisica, psicologica, culturale), sulle addictions quindi, alle quali sovrappose una rappresentazione della spiritualità afroamericana insistita e morbosa. Tutti neri i protagonisti per un’opera nerissima, che Gunn realizzò in assoluta libertà, visto che i due producers non capivano un’acca di cinema e si guardarono dall’intervenire nel processo di film making. Non si fecero scrupolo però a film ultimato, sfigurandolo, tagliandolo (da 110 a 76 minuti), ribattezzandolo con mille nomi falsi come Blood Couple, Black Evil, Black Vampire, e Blackout: The moment of terror, e spacciandolo nei drive-in e nei circuiti grindhouse. Ma Bill Gunn (invece di entrare negli uffici e fare tutti a pezzi con l’ascia) ha pensato a noi, depositando una copia della versione originale al Museo d’Arte Moderna, che ne concede la visione in eventi determinati, e che rappresenta forse la più forte e duratura opposizione alla prepotente fagocitazione che Hollywood ha compiuto nei confronti degli artisti neri. Il film è ripartito in 3 capitoli di lunghezza diseguale (Victim, Survive e Letting go), con un messaggio chiaro sin dal titolo: Ganja ed Hess, nomi dei protagonisti, nello slang del ghetto sono i nomignoli di marijuana ed eroina, madre di tutte le assuefazioni.

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Part one: Victim
Bad blood runs between them, lo slogan che si legge nel poster dell’epoca. Una questione di sangue dunque, di bisogno, non di desiderio. L’inizio della storia viene narrato con piglio documentarista dall’autista del dr. Hess, che è anche reverendo di una chiesa pentecostale inquadrata nelle prime immagini. Da lui apprendiamo che Hess è uomo ricchissimo (megavilla, maggiordomo, cameriere, parco auto da sceicco) e raffinato antropologo, studioso dell’antica civiltà africana dei Myrtha, di cui conserva un rarissimo pugnale. Le sue sventure originano dall’ospitalità concessa a Meda (interpretato dallo stesso Gunn), artista schizofrenico con tendenze suicide, che in un raptus lo accoltella tre volte con il pregiato pugnale – “una per il padre, una per il figlio, una per lo spirito santo”, si legge ad inizio film, didascalia asincrona al sapore d’avanguardia – e lo infetta della maledizione dei Myrtha, la non vita eterna e la sete irrefrenabile di sangue umano. Hess quindi non si trasforma in un vampiro libidinoso, ma in un miserabile tossico, uccide le sue vittime a mani nude poi affonda la lama, non i denti, nel collo, per suggerne l’ultimo zampillo di vita. Nello scontro con Meda, che dopo averlo accoltellato compie abluzioni da santone indiano (in bagno!) e si produce in un suicidio rituale, la critica del tempo ha visto la condanna dell’omologazione dei neri allo stile di vita dei bianchi, con le radici etniche che prepotentemente ritornano e trionfano. Simbolismo cristiano e feticismo pagano, il cuore nero di Ganja and Hess. Quando Hess lecca per la prima volta il sangue, Gunn lo riprende da vicino, disgusta il pubblico e trasmette l’idea di un uomo condannato. A noi trasmette anche un nome: George Romero, che 5 anni dopo crea Martin, un altro che è diversamente vampiro e che si nutre in maniera molto simile (ispirato?) a Hess. Non è l’unico legame di Romero con questo film: il mesmerico dr. Hess è Duane Jones, ovvero Ben, l’unico lucido nella casa infestata da mammolette isteriche de La Notte dei Morti Viventi. Un personaggio che ha contribuito non poco alla portata rivoluzionaria del film di Romero, e il merito, forse, più che del regista è di Jones, che adattò dialoghi e comportamenti del personaggio, trasformandolo nel simbolo che conosciamo.

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Part Two: Survive
Hess cerca sangue fresco, rubando sacche di sangue dagli ospedali, e sangue caldo, scannando floride prostitute e ragazze madri proletarie. L’abbeveramento non è mai orgasmico, il senso di colpa (cristiano) e la necessità del peccato permeano ogni sguardo. I am disgusting, addicted to a culture that merely bleeds, canteranno gli IZM in Da Sweet Blood of Jesus. La non vita di Hess è un inferno, ciò che è costretto a fare per esistere è una nuova schiavitù nera, un interminabile conto alla rovescia prima del nulla, fino all’arrivo di Ganja, ex-moglie di Meda in cerca di sue notizie. Ganja ha il volto di Marlene Clark, da tutti ricordata per la sua breve apparizione ne I 3 dell’operazione Drago, come segretaria di John Saxon dal vistoso cappello rosso, che torna a collaborare con Gunn dopo Stop, un thriller erotico che la Warner aveva rinchiuso per sempre in un cassetto.

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Part Tree: Letting go
Hess accoglie Ganja nella sua casa e se ne innamora immediatamente. Ganja è dura, sensuale, volitiva e vogliosa, scopre il cadavere di Meda ma non se ne cruccia, si unisce a Hess in matrimonio terreno, poi suo malgrado viene da lui introdotta alla non vita perché possano restare insieme per sempre. L’orrida sete si aggiunge al suo insaziabile desiderio sessuale, allo zenit del film si congiunge con un mandingo monumentale e poi lo tramortisce per succhiarne (anche) il sangue, in un delirio visivo simile alle visioni plasmatiche carnali di Angel Heart. Hess approva, ma i suoi tormenti da tossicomane crescono sempre più, crescono le allucinazioni, i sensi di colpa ed anche l’incapacità di affrontare l’eternità, da solo o in compagnia, così decide di farla finita, torna nella chiesa del suo autista reverendo e si fa benedire, si sottomette al Dio dei negrieri, di modo che l’incantesimo sia rotto e possa finalmente trovare morte consolatoria. Ganja non lo segue, per lei il bello viene ora, lusso lussuria e nuova carne, e dalla finestra se ne sta a rimirare l’incedere del bel mandingo, che non era morto anzi viene correndo, nudo, esibendo tutta la sua voglia di sesso ed un pisello paurosamente oversize, Potere Nero!, un full frontal che suggella sulla celluloide il più grosso incubo, ed il più oscuro desiderio, dell’uomo bianco.

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Darker than blues

Film allucinato, irrisolto, freddo come un porno arty alla Jean Rollin. Moralmente lucidissimo e severo verso la comunità, oltre che ovviamente verso il potere bianco (nella scene a tre col maggiordomo, quasi sempre simbolicamente inquadrato con il viso fuori campo, Ganja ed Hess si atteggiano come due ricchi wasp classisti). Un caleidoscopio di fatti e immagini che sfuggono ad ogni correlazione teleologica e scorrono in flusso di coscienza. In aperta opposizione alla linearità della narrazione bianca “cristiana”, Gunn plasma ed inverte il tempo e lo spazio in un processo dai suoni sovrapposti e dissonanti, avvalendosi di una colonna sonora avanguardistica, che mescola in maniera disturbante musica tribale, ronzii industriali, funk e gospel. Opera di Sam Waymon (“ho composto la musica pensando ad essa come un personaggio del film”), che con Gunn condivideva visioni politiche e artistiche al punto da collaborare anche come attore alla genesi di Ganja and Hess (è il reverendo Luther Williams). Waymon è ancora oggi una sorta di guardiano dell’universo culturale afro-americano, un ruolo quasi naturale visto che parliamo del fratello di Nina Simone.

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Ganja and Hess Addiction
Ganja and Hess è la divinità di un’antica maledizione africana, giace dormiente per riaffiorare qui e là nel cinema morboso di altri autori maledetti. È il caso di Abel Ferrara, che ad esso si è ispirato per il suo The Addiction, storia di reietti diversamente vampiri. Dopo averla trasformata in non morta, Hess dice a Ganja: “La filosofia è una prigione. Ignora le cose insolite su di te. Il risultato del pensiero individuale è applicabile solo a se stesso.” Il medesimo discorso di Kathleen su responsabilità individuali e collettive in the Addiction, come rileva F. Fogliato, autore del pregevole Abel Ferrara: un Filmaker a Spasso tra i Generi. Lo stesso Fogliato, tra le altre similitudini, osserva circa il finale dei due film: “come Kathleen dice all’infermiera di aprire le veneziane per far entrare la luce, vivere la sua agonia e lasciarsi uccidere dal sole che scende sul suo corpo, così Hess, dopo l’incontro salvifico nella chiesa pentecostale, si ritrova in casa seduto agonizzante di fronte all’ombra di una croce che una volta raggiunto il suo cuore lo uccide, e attraverso la morte Hess viene liberato dal peccato”.

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Da Sweet Blood of Jesus
42 anni dopo, Ganja and Hess viene pugnalato e riportato in vita, catatonico come uno zombi, da Spike Lee, che ne realizza un remake (“Don’t call it a remake, call it a reimagination”) finanziandosi con il crowdfunding, allo scopo di forgiare un oggetto filmico totalmente indipendente, ora e per sempre. I lividi del maldestro remake di Old Boy dolgono ancora, evidentemente, e Lee reagisce buttandosi nel sogno di una vita, un’impresa priva di prospettive commerciali, rivolta forse alla sua stessa negritudine, più che alla voglia di fare ancora cinema. Il risultato, Da Sweet Blood of Jesus, è un tributo coi controcazzi, chiara e riconoscibile espressione di un regista che di dipendenze ha sempre narrato (sesso, droghe, musica). I titoli di testa scorrono accompagnati dal piano melanconico di Bruce Hornsby e dalle immagini di un ballerino per le strade di Brooklyn, tributo alla street culture che è incontrovertibilmente nera (già in Fa La Cosa Giusta). Nei titoli di coda, invece, Bill Gunn è accreditato come co-sceneggiatore, anche se defunto da 25 anni. E you’ve got to learn, la canzone di Waymon che accompagnava Hess alla morte, è stata la causa della decisione di Lee di rifare il film. Il film gronda sesso (anche lesbico, novità – questa si, blaxploitation – rispetto a Ganja and Hess) e corpi neri splendidi e maestosi, anche se martoriati e insanguinati, vivendo su una sontuosa rappresentazione della chiesa battista afroamericana e su una colonna sonora prepotente e intrusiva, dai ritmi pop e hip-hop più che tribali, diversa da quella di Ganja and Hess ma altrettanto straniante. E’ innegabile che lo spirito del film di Gunn sia ben presente e omaggiato con sincerità e dedizione, pur prosciugato del mood esoterico: Lee riesce ad essere ironico e spiazzante in una storia di disperazione sangue e dipendenza, maschera il budget basso e la brevissima durata delle riprese col suo talento, e può fieramente tornare a firmarlo come uno Spike Lee Joint, e non uno Spike Lee film come Old boy.

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(tratto da Nocturno 152, in edicola)

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