Quei favolosi anni sessanta: Koji Wakamatsu


Alcuni iniziano frequentando le scuole di cinema, altri hanno cominciato portando la telecamera nelle zone di guerra, altri ancora filmando se stessi e i loro amici. L’esordio nel mondo del cinema di Koji Wakamatsu è invece di tutt’altra pasta: non è ancora maggiorenne quando arriva a Tokyo – espulso dal liceo e scappato dal durissimo lavoro nei campi alle dipendenze del papà agricoltore – e viene assoldato dalla Yakuza, per la quale si occupa del “servizio d’ordine” durante la lavorazione di alcuni film (nel dopoguerra per poter girare senza problemi, era necessario pagare e chiedere il permesso alla gang che controllava il territorio). Dopo qualche mese di galera (durante i quali i maltrattamenti subiti dalle guardie carcerarie fanno lievitare il suo istinto anti-autoritario), l’impiego come aiuto regista in tv, la regia di un paio di pinku eiga (soft-core) su commissione, una casa di produzione si accorge della sua capacità di attirare il pubblico nelle sale, affidandogli quindi diversi lavori. Due attori muoiono annegati su un suo set, Wakamatsu passa un periodaccio di depressione e alcolismo che ricorda un po’ le vicende di Kim Ki Duk, e nel 1965 si rimbocca le maniche e comincia a girare cose più personali come I segreti tra le mura, che per un colpo di fortuna viene acquistato da un tedesco e proiettato al festival di Berlino. Una pellicola che guadagna consensi, un mucchio di soldi e una valanga di polemiche, la prima vera spallata di Wakamatsu all’ordine costituito e all’immagine positiva e fasulla che il Giappone stava cercando di contrabbandare all’estero. Grazie a questo film, Wakamatsu viene definito in patria “disgrazia nazionale”.

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Il sesso e i corpi nudi, con I segreti tra le mura, cessano di essere prodotti di puro entertainment e diventano strumenti politici,  la messa in scena rappresenta la repressione che genera sempre violenza, così come l’impotenza sessuale. Hiroshima, gli americani, il movimento pacifista, le case e gli appartamenti come gabbie a simboleggiare il Giappone tutto. Temi che torneranno in tutte le sue opere future. Subito dopo fonda la Wakamatsu Production per garantirsi la necessaria libertà artistica ed economica, e pur continuando a produrre qualche pinku eiga per fare cassa, inizia a creare film duri, avanguardistici e politicizzati – nei quali comunque nudo e sesso non mancano mai – che attirano anche il pubblico di estrema sinistra. La prima autoproduzione totale, a budget ridottissimo e girata interamente nel suo studio, è Embryo hunts in secret (1966): durante le riprese Wakamatsu soffre di forti allucinazioni, e teme di essere sul punto di perdere del tutto la ragione. Ansia, disturbi e paure aiutano, insomma, se ne vengono fuori opere fondamentali come questa.

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Una coppietta appartata in macchina sotto la pioggia: il film inizia con una scena di apparente normalità, che però dura pochi minuti e viene poi subito fatta a pezzi (stratagemma che diventerà uno dei tratti caratteristici di quasi tutte le opere di Wakamatsu) quando la ragazza accetta di seguire l’uomo a casa. Script semplice per una visione potentissima, sadico rapporto vittima/carnefice (che non a caso sono anche una impiegata e il suo dirigente), disturbante e claustrofobico, bianco e nero arty disseminato di flashbacks e immagini mentali. Dimostrazione di stile e talento, per un apparente torture porn (che si mangia a colazione tutti i cinquecento film che pretendono di esserlo in questi anni), revolutionary act nella sostanza: le case/gabbia del film precedente diventano vere e proprie camere di tortura, le due stanze del misero appartamento sono ossessivamente inquadrate dai corridoi, cioè da uno spazio esterno solo in apparenza, perchè non si scappa dalla gabbia, dall’embrione eterno che è la società. E poi Edipo, ovviamente. E l’impotenza, e la frustrazione. E tante, tante frustate. Pochi mesi dopo, è la volta di Violated angels.

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Una spiaggia tranquilla, il mare placido che lambisce la riva: un ragazzo (the boy, anche nei titoli di testa) spara. Spara al mare, proprio, gli scarica addosso la sua pistola.

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Notte in un dormitorio per infermiere, le ragazze dormono o leggono. Non tutte, però. Due di loro fanno l’amore, una terza le spia dal buco della serratura. Chiama le altre a condividere la visione. E chiama anche the boy, che vaga nelle strade attorno al dormitorio. Il ragazzo è eccitato dalla scena, ha ancora la pistola con la quale ha tentato di uccidere il mare, e ora si trova in compagnia di sei infermiere giovani e belle. Gli angeli di bianco vestiti, la bontà e la devozione, il sacrificio e l’umanità. Finirà in un macello. Anche se tratto dalla vicenda reale di uno psicopatico che torturò, stuprò e uccise otto infermiere, Violated Angels è opera personalissima. Continua il percorso di Embryo, insistendo sugli stessi temi, continuando ad additare, con una furia inarrestabile, il capitalismo come causa prima di ogni male. Aumentano gli inserti psichedelici, efficacissime allucinazioni visive del protagonista maschile; i dettagli della violenza fisica restano fuori campo e lasciano il posto alla disperazione e allo smarrimento delle ragazze, per mezzo di riprese ravvicinate che risultano molto più pornografiche del sangue che scorre. Gli improvvisi inserti a colori sono di una potenza inaudita e permettono a questo film di restare nella storia. Quasi cinquant’anni dopo, Violated Angels continua a disturbare e affascinare per lo stile e la ferocia del regista.

Nel 1969 esce l’imprescindibile Violent virgin.

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La iniziale normalità stavolta sembra rientrare nei canoni del noir e del crime-movie: una banda di criminali, uomini e donne, in macchina con due prigionieri bendati, in aperta e desolata campagna. Le apparenze suggeriscono una imminente esecuzione, lontana da occhi indiscreti, per qualche sgarro commesso dai due nei confronti del boss Yakuza (e questa tematica è l’unica forse ad essere sviscerata in maniera realistica, a causa dei trascorsi “professionali” del regista). Qualcosa ci ricorda le scene desertiche di Faster Pussycat! Kill! Kill! ma le fantasie pop-art di Russ Meyer qui sono totalmente ribaltate e asservite a un delirio ancora più scatenato dei film precedenti: l’ambientazione all’aria aperta non cambia di una virgola l’attitudine di Wakamatsu, che usa la campagna come se fosse un umido scantinato senza via d’uscita, arricchendolo di metafore e simboli religiosi, a cominciare dal crocifisso, sul quale la donna (nuda ovviamente) colpevole di tradimento, passa la maggior parte della durata della pellicola. E poi il culto del sangue, una versione allucinata della via crucis, e l’ossessione, dell’uomo colpevole, per una coda che si sente crescere addosso…

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Dopo le asfittiche case-gabbia e la campagna desolata, in Su su per la seconda volta vergine (ancora 1969) il non-luogo senza via d’uscita è il tetto di un anonimo palazzone, del quale Wakamatsu ci porta anche a visitarne brevemente le viscere in una scena scioccante – al solito virata a colori –  rivelando l’orrore che contengono sotto la pubblica facciata anonima. Dal palazzo, come da tutti i posti dei suoi film precedenti, non si esce. O almeno, non se ne esce vivi. Chiavi e serrature, che nelle case tradizionali giapponesi non esistevano, sono state introdotte dall’occupazione americana, chè la privacy è democrazia. E chiavi e serrature, nel film, sono invece spogliati di tale senso ipocrita, e rivelano la loro reale natura: quella di imprigionare, chiudere, impedire la fuga e azzerare ogni via d’uscita.

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Lei e lui: la ragazza è vittima di stupri ripetuti e di gruppo, durante i quali passa dalla paura e dall’angoscia all’essere esausta, anche della vita. Lui prima osserva ignavo le violenze, poi le si avvicina. Tutto avviene sul tetto, mentre le casalinghe stendono i panni, del tutto prive della consapevolezza dell’orrore. Il titolo è ironico, non esiste il ritorno alla purezza, così come non esistono prospettive di vita lontano dall’angoscia e dall’alienazione. I due non riescono a condividere nient’altro che i fumetti, la violenza e il rifiuto. E insomma NO FUTURE, altro che flower power.

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Violentami, ti prego, se non sei impotente. O uccidimi, su su. Ti amo, non è una sufficiente ragione per ammazzarmi?

 

 

 

Preziosa fonte di informazioni  è stata “Il cinema di Koji Wakamatsu negli anni ’60 -‘70“, di Andrea Di Fabio, che ringraziamo.

http://www.academia.edu/7819581/Il_cinema_di_Koji_Wakamatsu_negli_anni_60_-_70

 

 

 

 

 

 

 

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