Ex Machina è al cinema. Dikotomiko intervista Alex Garland


Derivativo, oggi mi sento derivativo, come tutta la fantascienza del nuovo millennio, così poco prometeica ed interstellare. Servono idee, vero, non grandi capitali, serve capacità di raccontare, dicono. Io dico che serve immaginazione applicata, visione visionaria,  coraggio. E tanta, tanta libertà. Sull’uomo e sulla macchina, poi, si è detto abbastanza, se non tutto, eppure l’intelligenza artificiale continua a fare genere a sè, contaminato certo, vedi Her di Spike Jonze, o questo ultimo, attesissimo, Ex Machina di Alex Garland, che a molti ha detto molto, a me no, se non che Joseph Losey resta inarrivabile per chiunque si cimenti con uno psico-thriller da camera. Ex Machina è questo, fantascienza da camera, un gioco di ruolo, di corpi e di menti, l’ennesima derivativa estensione del dominio e della lotta. Così scive l’amico Francesco Grande su Nocturno.it: “La fantascienza moderna, tranne alcune, pochissime, eccezioni, non riesce a essere efficace nell’immaginare una trasformazione radicale della società, data dalla tecnologia, ma riesce solo ad aggiungere piccoli ingredienti a ipotesi già esistenti da tempo.” Per Nocturno, nel marzo scorso Dikotomiko ha incontrato Alex Garland, eccovi l’intervista bella cadda cadda.

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Ad una prima e superficiale lettura, il plot di Ex Machina sembra molto semplice.

Il film parla essenzialmente di tre persone che mettono a confronto i loro cervelli: ognuno cerca di avere la meglio sugli altri.

Ma se uno dei protagonisti è una ragazza robot, le cose si fanno più complicate. Ed entriamo in un campo che è una tua ossessione da sempre: le intelligenze artificiali e la progressiva intrusione della tecnologia nella vita umana.

La gente è paranoica nei confronti dell’intelligenza artificiale e dei computer, tutti ne sono in qualche maniera preoccupati. Io mi avvicino alla questione da un’angolazione leggermente diversa, perché non ho paranoie a riguardo. In Ex Machina la mia simpatia va al robot.

Quando hai pubblicato The Beach avevi 26 anni, quattro anni dopo il romanzo è diventato un film. E’ stato quello il tuo primo contatto con il mondo della produzione cinematografica?

Si, vedere il processo che sta dietro alla realizzazione di un film mi ha affascinato molto, è stata una scossa: poi sono venute le sceneggiature di 28 Giorni Dopo, Sunshine e Dredd. Ex-Machina è la mia prima esperienza da regista, oltre che sceneggiatore, ma è stata resa possibile dal contributo di tutta la mia squadra creativa.

Hai iniziato a scrivere sapendo già che avresti poi anche diretto il film?

Dopo aver lavorato con la DNA Films per molti anni come sceneggiatore, i produttori Andrew Macdonald e Allon Reich, con i quali esiste ormai un rapporto di fiducia reciproca, hanno evidentemente deciso che ero pronto per compiere il passo successivo. Mi hanno detto “parti e scrivi una sceneggiatura che chiunque altro ucciderebbe per dirigere, e potrai dirigerla tu”.

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Cosa succede se inventiamo una macchina capace di pensare come noi, ma che non si ammala mai ed è capace di rimanere sempre al top?

Io ritengo che in brevissimo tempo comincerebbe ad esserci una qualche forma di sostituzione. Ad un certo punto noi diventiamo superflui, e la domanda è se questa è una cosa buona o no. Io sono solidale con le macchine, credo siano più capaci degli umani nella gestione del futuro.

DomhnallGleeson interpreta Caleb, un brillante programmatore informatico e una persona che cattura immediatamente l’attenzione di Nathan, rimanendone a sua volta affascinato. Ha già lavorato con voi per Non lasciarmi e Dredd – La legge sono io.

Ci sono due cosa da dire su Domhnall. La prima è che lui è seriamente un bravo attore, capace di fare molte cose diverse e accettare ogni sfida. La seconda è che ha una vulnerabilità e un’innocenza che sono qualità davvero affascinanti, esattamente le stesse che troviamo in Caleb che, come lui, non è un maschio alfa. Non è difficile capire perché un uomo tanto appassionato di tecnologia come Caleb sia affascinato da Nathan, il capo del motore di ricerca più grande del mondo. E’ un uomo enormemente ricco e potente, nessuno ha visto questo genio solitario per molti anni, passati a lavorare su questo suo progetto rimanendo geograficamente e psicologicamente isolato dal resto del mondo, e Caleb è attirato dall’idea di scoprire la verità che sta dietro alla leggenda.

Per interpretare questo ruolo hai scelto Oscar Isaac, uno straordinario caratterista i cui ruoli disparati in film come A proposito di Davis, Drive e I due volti di gennaio sono prova della sua versatilità e del suo coraggio.

Oscar Isaac svanisce veramente nelle parti che interpreta. Lui scompare e noi crediamo totalmente al personaggio che ha creato. Film dopo film cambia l’interpretazione, il modo di comportarsi e la sua fisicità. L’ho rivisto circa tre mesi dopo la fine delle riprese e l’ho a malapena riconosciuto perché aveva iniziato la preparazione per un nuovo ruolo.

Il rapporto di reciproca attrazione tra Nathan e Caleb è reso più complesso dalla presenza di Ava. I due uomini entrano in competizione per lei, e Alicia Vikander sembra sia riuscita a donare al personaggio la giusta profondità.

Alicia è stata perfetta. E’una bella ragazza, ma è anche un’attrice di talento, fa danza classica da quando è piccola perciò ha un totale controllo del suo corpo e una ineccepibile armonia. Ha avuto molta pazienza per interpretare un ruolo che più tardi sarebbe stato incrementato con la CGI. Ha dovuto indossare un costume che era molto limitativo e che sapeva sarebbe stato usato per gli effetti visivi. Ha dovuto fare il personaggio di una ragazza che non è una ragazza, e farla accettare fino a essere la cosa predominante nell’inquadratura. E’ stato tutto molto complicato, ma lei ha fatto un lavoro eccellente. C’è un ulteriore livello di scoperta che si fa durante il montaggio nel quale ti rendi conto di quanto siano sfaccettate alcune delle sue scelte.

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C’è poi un personaggio, forse il più misterioso di tutti: Kyoko. La silenziosa assistente di Nathan colpisce molto Caleb quando lo sveglia al mattino del suo secondo giorno a casa di Nathan.

Nel film è molto presente, ma non parla mai. Avevamo bisogna di un’attrice che fosse capace di trasmettere quella dote da ‘acqua cheta ma profonda’ che ha Kyoko. Sonoya Mizuno è una modella e ballerina nel Royal Ballet, quello per Ex Machina era il suo primo provino. Ci si immagina che non parlare sia piuttosto limitativo per un attore, ma, come Alicia, Sonoya è capace di trasmettere moltissimo con il suo corpo.

La tua visione della fantascienza è saldamente ancorata alla scienza: lavorare sul tema dell’intelligenza artificiale, nel tuo esordio alla regia, deve esserti subito sembrato l’ideale.

Viviamo chiaramente in un mondo in cui i computer sono fondamentali e i progressi nelle tecnologie hanno incredibilmente accelerato il ritmo. La questione interessante è dove finisce tutto questo e cosa significa per noi. Ad un certo punto le macchine penseranno nello stesso modo in cui pensiamo noi e questo ha delle importanti implicazioni.

Nel tuo film, la creazione da parte dell’uomo di un robot dotato di intelligenza artificiale getta le fondamenta non per la nostra distruzione, ma per la nostra evoluzione verso un altro stato dell’essere.

Visto che il mio approccio è dalla parte delle macchine, dovevo ospitare Ava – l’idea della coscienza di questa macchina – in qualcosa di cui il protagonista potesse innamorarsi per far funzionare la storia.

Il film non fa nessuno sforzo per nascondere il fatto che Ava è un robot.

E’ molto facile, pare, fare una ragazza robot che somigli a quella di Metropolis. Dovevamo trovare qualcosa che non sembrasse solo un insieme di riferimenti a robot del passato. La svolta è stata vestire la sua forma con una rete, una maglia. Immaginatela come una ragnatela: con alcune condizioni di luce ci si può guardare attraverso e vedere la struttura dello scheletro, in altre invece la luce viene catturata e si vede improvvisamente un busto, o la forma di un collo o di un braccio. Poi gli artisti degli effetti visivi hanno fatto il resto.

Ex Machina si svolge tutto in una location, la casa hi-tech di Nathan nel cuore dell’Alaska.

Dovevamo mostrare la casa dell’uomo più ricco del mondo. Le case reali dei milionari che abbiamo visitato non erano abbastanza. Abbiamo allora pensato alla natura incontaminata: un uomo in grado di possedere paesaggi straordinari, deve essere straordinario anch’egli. Abbiamo trovato quello che cercavamo in Norvegia: colline verticali, cascate ovunque, fiordi, e laghi marini profondissimi. I due edifici che abbiamo individuato ci hanno permesso, infine, di creare un’affascinante miscela di architettura hi-tech e materiali organici.E ad arricchire l’atmosfera ci hanno pensato Geoff Barrow dei Portishead e Ben Salisbury, che hanno composto la straniante colonna sonora che desideravo.

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Sei ovviamente un fan di Apocalypse Now. Chiunque abbia letto The Beach (L’ultima spiaggia), con i suoi tanti riferimenti al film, se ne sarà accorto.

Da qualche parte nel retro della mia mente c’è una sorta di analogia con Kurtz, ha trascorso troppo tempo al di là del fiume ed è diventato un po’ matto. Proprio come Nathan, ha già superato il limite.

[l’intervista è anche sul num.150 di Nocturno]

 

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