Onibaba. A Field in Japan


Capto casualemnte segnali deboli, ragiono con l’ipotalamo, mi aggiro tra pensieri laterali. Giorni fa si è imposto stereofonicamente alla mia randomica attenzione un titolo, un film. Stereofonicamente, perché pervenutomi attraverso letture estemporanee in sincrono con i consigli telefonici di un vecchio amico. Il film è Onibaba, di Kaneto Shindo, 1965, e per amore del cinema dovete assolutamente recuperarlo.

ONIBABA - Italian Poster by Enrico De Seta

Il principio è una favola, incidentalmente buddista, in quanto l’attributo religioso poco inquina la struttura del racconto, che è, da sempre e per sempre, di delitto, di castigo, di scoperta, di sesso. In un campo di susuki due donne, suocera e nuora, straccione, neglette, si nascondono mentre lontano impazza una Grande Guerra. Vivono in piccola parte dei miseri frutti della pesca, in gran parte delle ruberie pepetrate ai danni di maschi alla deriva, samurai o ronin o shogun decaduti, che si smarriscono nell’erba altissima, incontrando morte certa. Suocera e nuora si nascondono, attaccano, uccidono con la katana, buttano i corpi in un buco nero, una fessa, una vagina arcana, un pozzo da qualche parte nel campo, poi barattano il bottino per manciate di miglio e di riso. E’questa una situazione di equilibrio, per quanto precaria, che viene interrotta dal ritorno dal fronte di un reduce vecchio compare  , volpone e straccione, il quale porta la funesta novella della morte dei due mariti – della suocera, della nuora – e tanto, tanto desiderio di femmina.

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La vecchia si nega, la giovane si concede, preda naturale di ormoni in subbuglio, e via con giovanili corse notturne che nemmeno Truffaut, dalla capannaccia delle femmine fino alla capannaccia del maschio e ritorno, e tette al vento, e tanto darci dentro, e ardore malcelato agli occhi della megera. Che non può accettare la perdita di autorità e viene subito aiutata dal fato, nella forma di un samurai ramingo con maschera di demone, lei lo elimina e si impossessa della maschera per terrorizzare la giovane e bloccare le sue fuitine notturne, ma chi la fa l’aspetti, la pioggia torrenziale blocca la maschera sul suo viso, estrarla significa strapparsi i connotati e la carne viva, trasformarsi in un mostro deforme, e allora la giovane fugge, e lei che la insegue nel suo stesso buco nero, dove ci sono i resti senza pace di tutti i suoi peccati. Fine della storia, nessuno peò visse per sempre felice e contento, perché anche il priapico reduce, presunto disertore e traditore degli amici, incontrerà il suo detino nella forma di un altro vagabondo, e di un’altra spada letale.

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La condizione umana è miserabile, forever and ever sotto tutte le latitudini, il bello è saperla narrare con strumenti semplici ma assolutamente suggestivi, la fascinazione sta nella perturbazione dell’usuale e nel disturbo della morale. Onibaba è una visione tra le più sovversive della storia, una strada diritta nei tortuosi meandri dell’animo umano. Ringrazio il Guardian per la monumentale recensione che mi ha ispirato e che potete trovare qui, mi permetto di riportarla in parte per supportare le analogie che i miei occhi hanno riscontrato con A Field in England di Ben Wheatley: “Onibaba is a chilling movie, a waking nightmare shot in icy monochrome, and filmed in a colossal and eerily beautiful wilderness: a Japanese susuki field, or pampas-grass field — the movie was shot in the north-western section of the Inba swamp in Japan’s Chiba prefecture. The nearest British equivalent is possibly the East Anglian fenland, or possibly the Kent marshes from which Dickens imagined the terrifying Magwitch emerging in Great Expectations — though I think neither approximates the featureless, yet menacing quality of the landscape that comes across on screen here, and of course the extraordinary height of the grasses which, significantly, allow people to hide themselves.”

 

4 pensieri su “Onibaba. A Field in Japan

      • ora questo non saprei, alcuni film sono praticamente introvabili anche online, forse una maggiore pubblicizzazione delle buone cose che fa Fuori Orario sui Media avrebbe riscontro in termini di visibilità per Ghezzi

      • Io credo che in rete ci sia tutto lo scibile e lo sciuto, anche per l’acquisto, certo serve sapersi orientare in lingua straniera, ma se si resta sull’Italicl, Fuori Orario vince

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