The wicker sequel. Le api, il miele, la dea Sulis e… Nicolas Cage!


Se è vero che durante la campagna di Gallia Cesare scoprì che i Celti praticavano sacrifici umani, in quel momento probabilmente la sua faccia assomigliava a quella di Nicolas Cage. Magari non è vero niente, e Cesare ha visto sgozzare un paio di tori inventandosi il resto.
Nell’imbarazzante remake di The Wicker Man di Neil LaBute (2006), che ne ricalca a grandi linee il plot, Summerisle è ribattezzata Summersisle, e trasloca dalle coste scozzesi a quelle statunitensi; diventa una gated community a tutti gli effetti, subito presentata come “proprietà privata”, dove i telefoni cellulari non hanno campo e nella quale ogni giorno un piccolo aeroplano arriva a consegnare la posta. Il compianto Lord Summerisle diventa una Lady: l’ape regina di un rigido matriarcato pagano. Le sue antenate celte provengono dall’Europa, e sono arrivate nello stato di Washington passando attraverso i processi per stregoneria e le persecuzioni di Salem. Nell’alveare è ammessa la presenza di uno sparuto gruppo di uomini, chè bisogna pur lavorare duro e procreare, e di conseguenza morire sacrificati, anche se i pochi, avviliti e muti babbei dalla lingua mozzata sembrano più eunuchi che fuchi.

locandina 2006

Così facendo, LaBute sembra guardare più al mondo creato da Thomas Tryon nel romanzo “Harvest home”, che all’Uomo di Vimini originale. Un altro cambiamento degno di nota riguarda la sostituzione delle mele con la produzione di miele, che va a costituire la fonte principale di sostentamento delle isolane e dei loro sguatteri silenti. Il miele, ovvero il liquido seminale. L’alveare, ovvero il corpo – che è corpo sociale coeso, ma sopratutto corpo di donna feconda (e presumibilmente lussuriosa).
Sarebbe stata una mossa azzeccata, questa delle api e del miele, se Labute ci avesse affondato le mani: avrebbe potuto farcire il film di scene lesbo, colate di miele su corpi nudi, sfregamenti sotto la luna, assalti sessuali di schiere di ninfette ai danni dell’impasticcato Nicolas Cage, e invece niente. Il sesso è estirpato del tutto, se si eccettua un fugace riferimento ai “simboli fallici” pronunciato dalle bambine a scuola, che stanno studiando William Blake. Non solo il sesso: Labute non sviscera praticamente nessuno dei temi pagani a disposizione, nonostante i suoi timidi accenni al matriarcato, alla concezione ciclica del tempo (raggiungendo picchi di comicità involontaria mai sfiorati prima in un finale posticcio, nel quale compare James Franco, destinato nelle sue intenzioni a stupire il pubblico con la rivelazione sui sacrifici umani: sono appunto ciclici, programmati decenni prima con un controllo delle nascite da paura), a Blake, alla festa della fertilità (primo maggio).

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Tutte scelte probabilmente coraggiose e dotate di un qualche senso (che a noi sfugge), ma il risultato finale è quello che è: un fallimento.
There is only One Wicker Man, e ha preso fuoco nel 1973 per mano di Robin Hardy. Che però torna a divertirsi con lo scontro tra cristianesimo e paganesimo (e con il pubblico), nel 2010 con The Wicker Tree, tratto dal suo romanzo Cowboys From Christ, e ricco di gore, sesso e risate.

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Questa volta sono una coppia di giovani e illibati Cristiani Rinati, yankee, a sbarcare in Scozia con la missione di evangelizzare gli infedeli del villaggio di Tressock: lui ha le palle talmente gonfie da cadere in tentazione appena vede un paio di tette, e lei nasconde un passato da troietta pop, riciclata in cantante country evangelica (da applausi la scena nella quale la comunità pagana e i due cristianissimi imbecilli cantano “There’s power in the blood of the lamb”con identico trasporto ma ben diverse motivazioni). Le celebrazioni per il May Day sono imminenti, e i due agnelli sacrificali son lieti di diventare la Regina di Maggio e il suo Laddie. Al posto di Lord Summerisle c’è Sir Lachlan Morrison, ovvero l’opposto del personaggio di Christopher Lee. Lachlan è un potente manipolatore, sfrutta la religione per tener buona la comunità, e se è vero che i sacrifici alla dea Sulis (Minerva) sono compiuti per propiziare il ritorno alla fertilità (dei grembi di donna, non del terreno), è altrettanto vero che la quasi totale assenza di bambini nel villaggio è causata dalle radiazioni del suo impianto nucleare. Lachlan come Burns dei Simpson, insomma. Robin Hardy è manipolatore ancora più potente, gioca con le aspettative del pubblico fedele al culto del film del 1973 (anche di quella fetta di aficionados vicina ai culti neo-pagani, facendo franare il rito del sacrificio per la fertilità – may day, calendimaggio – nel cannibalismo e nella tassidermia umana!), e fa a tutti uno scherzetto mica da poco. Il suo è un oggetto beffardo e indomabile, feroce satira delle tendenze nefaste di ogni religione, non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di schierarsi per il paganesimo, e men che mai per il cristianesimo. La carrellata di riferimenti pagani è rigogliosa, e include un paio di simboli animali significativi.

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Si comincia con il POV di un corvo, animale profetico ma portatore di sventure e associato alle dee della guerra e della morte, nonché emblema di sessualità non procreativa, ma minacciosa, letale (il balletto erotico di Britt Ekland nuda in The wicker man aveva il medesimo fascino oscuro) . E se nel film un gatto finisce avvelenato e gettato via senza troppe cerimonie, è forse a causa del suo nome, Magog: un nome che è possibile trovare nei testi sacri di tutte le principali religioni monoteiste, nonché nei miti pagani. Scaraventando come se niente fosse il cadavere del micio nell’immondizia, Hardy sembra quindi voler rappresentare un agnostico rifiuto generalizzato di ogni religione.

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(tratto dal dossier L’uomo di vimini contenuto in Nocturno n. 153 in edicola adesso)

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