Ant-Man, il minimegamondo Marvel


370 milioni di dollari già incassati con una distribuzione mondiale ancora lungi dall’essere ultimata, l’uscita nelle sale nippocinocoreane è prevista solo a Settembre. In molti ci avevano sperato, tra questi anche noi, gufi del capitalismo censorio disneyano, ma ancora una volta si resta tutti con un pugno di mosche in mano, anzi, un pugno di formiche, volenti o nolenti Marvel rules, e chissà che questo sia davvero il Male. Ant-Man, di Peyton Reed.

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Che prima Ant-Man era di Edgar Wright, il genio ci aveva lavorato su per 11 anni, prima di abbandonare il progetto nel 2014 a causa di divergenze creative con i suoi finanziatori. Certo, bisogna intendersi sull’accezione dell’aggettivo “creativo”, per un regista significa maieutico di una visione sua propria, per un produttore invece significa fecondo di bigliettoni verdi, ovvio che la dicotomia produca conflitti impari e lotte senza esclusioni di colpi, dicono sia successo anche per l’ultima release dei Fantastici 4 che effettivamente claudica ed ansima già nei multisala d’Oltreoceano. Nel caso in esame, l’abbandono non ha portato ad un disconoscimento totale della paternità, si può dire anzi che il film sia un piccolissimo figlio illegittimo di Wright, pieno di microscopiche tracce del genitore, tracce che, ça va sans dire, sono gli unici motivi per cui il prodotto finito non è una boiata pazzesca, ma un ibrido bipolare che può ridefinire non tanto la proposta Marvel agli spettatori di tutto il mondo, ma le aspettative e la percezione degli stessi spettatori verso la nuova galassia dei cinefumettoni di Fase 2 e 3 e n.

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Cominciamo dalla durata, non brevissima ma breve in relazione ai cugini della stessa famiglia: è il primo film, da circa due lustri, a scendere sotto le due ore, questo è un bene , grandi e piccini possono correre in sala senza ansie da performance o preparazione a maratone di resistenza urofisiologica. Continuiamo con le originali scelte musicali: vedere scorrere la consueta striscia comica in apertura del film sulle note di un motivo alla Buena Vista Social Club desacralizza l’epica simili guerresca e chiarisce subito che è tutto un grande, anzi un piccolo scherzo, tanti saluti alla solitudine degli eroi ed ai conflitti psicoamletici firmati da Joss Whedon. Arriviamo alla scelta dei protagonisti, e siamo tutti contenti di vedere l’amatissimo Michael Douglas, che gigioneggia, eccome se gigioneggia, ma con una grazia ed una maestria che detta il ritmo a tutti gli altri comprimari ed alla storia stessa.

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Ci è piaciuto anche che tutto il plot si snodi attorno ad un racconto microcosmico, bisogna salvare il mondo ma cominciando dalle piccole cose, prevenendo il potenziale sviluppo di un’arma letale e non rimediando a catastrofi e omicidi di massa. Una lotta minima indoor in laboratori cunicoli e valigette, fino al nadir nella stanza dei giochi di una bimba, bell’e papà, il cui cuore va riconquistato, altro che città sollevate e Hydra letale. Soprattutto, abbiamo scorto il tocco di Wright nel rovesciamento sovversivo delle prospettive, nella dimensione picaresca dell’eroe (da un grande potere derivano piccole responsabilità?),nelle formicone usate come animali domestici, nel nano da giardino ingrandito oltre ogni pacchianeria, nella gargantuesco trenino Thomas, la cui esorbitante apparizione ha scatenato il tripudio e la meraviglia degli spettatori. Questo e tanto pochissimo altro, sotto traccia ad un canovaccio standardizzato e scontato come da diktat della Trojka dei produttori, zeppo come un trailer di richiami agli altri film della Casa, pure a Star Wars, tanto da offuscare la figura del cattivo Calabrone(il Corey Stoll di House of Cards e The Strain), della bella (mah) e dello stesso Ant-Man, meraviglioso nella sua tutta vintage, meno quando mostra i lineamenti perplessi di Paul Rudd.

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Ant-Man è un’esperienza piacevole, dimenticabile ma sotto sotto non così innocua come a prima vista sembrerebbe, perché si sa, anche le formiche, nel loro piccolo, si incazzano.

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