Narcos, la serie tv che porta Netflix sulla pista giusta


Secondo Forbes, Medellin si piazza al settimo posto tra i posti migliori del mondo per svernare in tranquillità: «Al pari di Istanbul e della malese George Town, Medellin è una delle migliori città dove vivere con pochi soldi. Una corsa media in taxi costa 2,5 dollari, le infrastrutture sono a standard occidentali, così anche le attività per il tempo libero». La stessa Forbes, nel 1987, inseriva  Pablo Gaviria Escobar al settimo posto tra gli uomini più ricchi del pianeta, e Pablo ufficialmente possedeva una compagnia di taxi, che doveva camuffare i miliardi di dollari dei proventi delle sue polverose attività. Giugno 2014, quarti di finale dei Mondiali di calcio, stadio Maracana di Rio de Janeiro,  Brasile contro  Colombia. Al minuto 88 Zuniga, terzino colombiano dal collo taurino e dai modi brutali, affronta da tergo la stellina verde-oro Neymar, assestandogli una ginocchiata che gli spezzerà le reni invalidandolo per i mesi a venire. Da quel giorno nulla è stato più come prima tra Brasiliani e Colombiani. Nel settembre 2014 il carioca Josè Padilha comincia la riprese di Narcos, serie tv sull’ascesa e la caduta di Escobar prodotta dai gringos maldidos di Gaumont per Netflix. Il capo dei capi è impersonato da Wagner Moura, il più grande attore brasiliano vivente, a digiuno di lingua spagnola prima di allora. Wagner è ingrassato più di 20 chili e ha cambiato modo di camminare e di parlare pur di interpretare Escobar, ciò non lo ha salvato dalla pletora di critiche sulla sua pronuncia, alcuni addirittura giurano di aver letto più volte dal suo labiale un «Zuniga hijo de puta».

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Vero o no, già l’incipit dell’episodio uno di Narcos ci informa che  la Colombia è la patria del realismo magico, e quando si intreccia la storia vera e quella raccontata, nel continente più surrealista del mondo, vale tutto. Dieci puntate di circa 50 minuti ciascuna, dirette da Padilha e da una squadra di mestieranti formatisi alla scuola di Michael Mann, Quentin Tarantino, Guillermo Del Toro. Dieci puntate nate per il binge watching, visione continuativa in overdose con il voice-over dell’agente DEA Steve Murphy. La solita storia di delitto e castigo, l’ennesima variante tra Coppola e Scorsese? No, o meglio non solo. Chiaro che il racconto sui gangster sia archetipico, da Wellman e Hawks in poi, ma qui interessa il modo più che l’oggetto, un racconto epico della lotta tra il male e il diversamente bene ai tempi del reaganismo, quando le sentinelle del mondo, stanche dopo un decennio di ingerenze e repressioni dal Cile all’Argentina al Nicaragua, si accorsero tardivamente che era il narcotraffico il vero spauracchio, non foss’altro perché minava l’assetto finanziario di intere nazioni fuori dal controllo delle solite allineate oligarchie. Montagne di coca, fiumi di coca, creavano montagne di dollari, fiumi di dollari, così tanti che anziché riciclarli si seppellivano nelle terre dei campesinos su tutto il territorio colombiano. Una ricchezza equivalente al PIL di una nazione di medie dimensioni nelle mani di Pablo e del sanguinario cartello di Medellin da lui promosso, un’intera popolazione che lavorava e viveva dei frutti della droga, dai raccoglitori, agli operai dei laboratori clandestini, ai calciatori, ai giornalisti, ai poliziotti, ai politici.

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Denaro o proiettili, plata o plomo, Gomorra in salsa caraibica e in formato oversize, con la variante anomala del leader Escobar, la sua visione bolivariana (!) di diventare Presidente della Repubblica a colpi di bombe e massacri, con una strategia che sapeva far ricorso alle milizie antigovernative compiacenti così come al sicariato proletario. Nella macrostoria di Narcos infinite microstorie, le prostitute colombiane brutalizzate, le donne dei boss, le figlie, le madri, i bambini, tutti a cercare di sfangarla e ad arrivare vivi a fine giornata, mentre Pablo il Diablo si nascondeva ed  esorbitava, arrivando a costruirsi la sua personale prigione-reggia dove scontare una pena pagliericcio in cambio della salvaguardia dei suoi robusti interessi. Padilha è il regista dei premiatissimi Tropa de Elite, come già Larrain per la strepitosa Profugos ( serie tv che in comune con Narcos ha un protagonista, Luis Gnecco) mostra e racconta in modo brutale e dicotomico, sovverte sistematicamente il punto di vista per cancellare le coordinate dello spettatore, fuorviato dal ritmo lento di una narrazione largamente ispirata alle novelas latine, smarrito e perturbato dall’assenza assoluta di ideologia.

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È giusto che un mafioso colombiano sia estradato negli USA per reati commessi nel suo Paese? È’ giusto che un premier venga meno alla parola data? È giusto che i servizi segreti americani agiscano nell’ombra ed uccidano impunemente innocenti sul suolo straniero? Così, per altro verso, può una trattativa Stato-mafia essere eticamente accettabile? Può un mafioso sedersi in Parlamento accanto ai politici da lui pagati? Può un boss suscitare commozione ed empatia? Queste e altre domande, destinate a non avere risposta plausibile o ortodossa mentre col fiato sospeso si corre verso la fine, verso l’epilogo annunciato, che tanto annunciato non è: vien da pensare a Tony Montana invece questa è solo grande, grandissima TV, e dopo la prima stagione di Narcos un’altra è già in cantiere, ancora più sporca, ancora più cattiva.

[post disponibile anche su Nocturno.it]

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