Non Essere Cattivo. Devi essere cattivissimo


Il dolore più grande non è dovuto alla sua morte, e nemmeno al fatto che Non Essere Cattivo sia il suo testamento. Il dolore più grande è la mancanza, che resterà tale, dei suoi progetti abortiti, dei film che avrebbe voluto realizzare e che non ha potuto. Uno su tutti: la trasposizione cinematografica di una delle mie letture preferite, Andare Ai Resti (banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni settanta) di Emilio Quadrelli. Ovvero la storie delle “batterie” di giovani rapinatori che nascono negli anni sessanta: erano bande nuove, caratterizzate da una forte solidarietà interna, da un ruolo delle donne inedito e fondamentale, dalle sfide continue alle forze dell’ordine. E sopratutto da una condotta in carcere che spesso portava alle rivolte, in complicità con i detenuti politici, contro le autorità. Andare ai resti, d’altronde, significa giocarsi il tutto per tutto. E una storia così viscerale e palpitante DOVEVA diventare un film di Caligari, sarebbe stato il suo capolavoro, avrebbe chiuso in bellezza la sua carriera, e avrebbe suscitato fiumi di polemiche ridicole. Ridicole e letali come ogni potere che si sente svelato e denunciato: non è un caso se dopo aver raccontato in Amore Tossico come l’eroina ha invaso i quartieri e distrutto i movimenti di protesta, Caligari sia riuscito a portare a termine un solo altro film, a quindici anni di distanza.

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Nonostante la tristezza, e la presunta lontananza dall’oggi di una storia ambientata a metà anni novanta, la visione di Non Essere Cattivo è viva, fiera e irriducibile. E racconta, con un’insospettabile vicinanza d’intenti con la miniserie inglese The Take, di come la popolazione delle borgate sia influenzata, plasmata, trasformata semplicemente con il cambio di droga, con la sostituzione delle vecchie sostanze con le nuove sintetiche. E come dice Caligari stesso, “l’ambiente è ostile. Non è mai favorevole ai miei protagonisti, né creato a loro misura, ma a vantaggio di altre persone”. Cinema politico, ovviamente. Che cerca locations squallide, arrugginite, fatiscenti e più reali del reale, per spogliare e ridicolizzare in un finale ineluttabile tutti i discorsi sull’importanza del lavoro (jobs act un par de palle), sul riscatto personale, sulla presunta epica di farsi un mazzo così per “costruire qualcosa”. ‘N ce sta un cazzo da fa’, vincono sempre loro.

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Una storia di fortissima amicizia che è in fondo amore (tossico per forza di cose), l’unico vero patto sociale rimasto vivo tra le macerie, più forte di qualsiasi legame di sangue. E allora anche la punta di melò è necessaria e non può essere considerata un difetto di Non Essere Cattivo. L’occhio di Caligari sta addosso ai due amici, ai loro rabbiosi abbracci con i volti vicinissimi e gli sguardi penetranti e imploranti, alle loro tenere lacrime disperate, rabbioso e tenero come ogni sguardo sincero ed appassionato. Ed è una storia di soldi, anche. Come L’Odore Della Notte, che mostrava chi ha i soldi e chi non li ha.

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(A me Valerio Mastandrea è sempre stato simpatico, forse perchè non l’ho mai visto al Maurizio Costanzo Shock, più probabilmente per il sorprendente monologo che tenne a teatro anni fa, “Migliore“, sicuramente per il suo ruolo nell’Odore della notte. Il suo impegno per l’ultima opera di Caligari non fa che accrescere la mia stima per lui.)

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