Love & Mercy. Chiedi chi erano i Beach Boys


Quando tornava mio padre sentivo le voci, dimenticavo i miei giochi e correvo lì. Ho sempre pensato che i New Trolls fossero, non il Male Assoluto, ma un Male relativo si, un malino, un maluccio, eppure spesso mi capitava di indugiare sui loro vocalismi, tutti chiacchiere e falsetto pensavo, ignoravo le loro evoluzioni Progressive, fino a che un giorno di una vita fa qualcuno mi fece ascoltare Il Sole Nascerà, ed io trasecolai. Non giudicate i New Trolls da Quella carezza della Sera, non giudicate Brian Wilson dalla sua collaborazione con Zucchero Fornaciari. Love and Mercy, di Bill Pohlad.

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Che è un film attraverso i Beach Boys, su Brian Wilson, Brian che in anagramma diventa Brain, la mente della band a composizione familiare, il centro nevralgico delle liriche, dei testi, delle sonorità, di tutto quanto fu il fenomeno Beach Boys. Il genere è biopic, nella derivazione biopsic, si cerca di mettere una camera-sonda nella corteggia cerebrale per osservare il genio al lavoro nel tempo e nello spazio. Il fatto è che Brian the Brain (copyright dikotomiko), sordo da un orecchio, sentiva forti le voci, specie quando tornava suo padre violento e figghiebbottana, ma anche nei luoghi e momenti più disparati, durante un bagno in piscina, nello studio di registrazione, a tavola, in aereo. Era infatti schizofrenico paranoide, o paranoico schizoide, e componeva quello che i suoi sensi recepivano e proiettavano. Capolavori avanguardisti, sperimentali dei più estremi, sintesi  acustica insuperata di pop e di rock, musica leggera certo, come era quella dei Beatles con i quali si sentiva in competizione estrema.

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Confesso che non sapevo chi fosse Brian, associavo i Beach Boys ad Apocalypse Now o al divertentismo nelle balere estive, mai avrei pensato all’opera struggente di un formidabile genio ed alle conseguenze dell’amore sulla crescita di una nazione (gli USA). Quando ho visto che Pohlad  mi presentava Brian nelle fattezze di Paul Dano, quasi mi è venuto un colpo. L’attore Paul, l’immenso Paul, colui che attraversa il cinema e lo trasforma, da Il Petroliere a 12 Anni Schiavo a Prisoners, l’esorbitante mostro di perfezione. Ci sono quasi rimasto secco, poi è cominciata la discesa agli inferi. Paul Dano è Brian Wilson da giovane, John Cusack è Brian Wilson da non più giovane, così, senza un perché, il sacro e il profano, il giorno e la notte. Una visione schizofrenica paranoide, o paranoica schizoide, due corpi non collimanti, due piani temporali che si alternano, il passato remoto ed il passato prossimo, da Paul a John, da John a Paul, una danza grottesca sul burrone di un vuoto assoluto.

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Persone e luoghi  trattati come texture di scena, dialoghi ridotti a ciò che si deve o si dovrebbe dire, la malattia e  trattata con vergogna e per via di metafora per non disturbare, il bene che vince sui mali. Nemmeno un accenno a tutto il mondo fuori nello sforzo estremo di visualizzare il mondo di dentro, gli studi di registrazione, ma anche qui l’apoteosi della retorica, tutto ridotto ad un Whiplash egotico ed ante litteram. Love and Mercy alla fine non è: non è un film sulla memoria, non è un film sulla storia di un uomo, non è una visione necessaria, è solo un grande, gigantesco rammarico, tanto che alla fine continuo a chiedermi cosa siano stati in fondo sti Beach Boys. Mi dispiace per Pohlad, lui che come produttore significa parecchio, da Altman a Malick passando per McQueen e Sean Penn qui alla seconda regia dopo un tentativo sepolto nella discarica dei ricordi: è evidente il disagio nel trattare un tema che forse sente troppo, anche perché Brian Wilson è ancora vivo e sente e canta e suona, quindi si deve ancora vedere come va a finire.

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In mezzo a tutto sto niente, con Sua Santità Paul Giamatti che tenta invano di dare vita al personaggio del perfido dott. Landy, solo rifulgono  gli occhi e i capelli cotonati di una strepitosa Elizabeth Banks, nel film Melinda Ledbetter: le presentano Brian, le dicono che è Mr.Beach Boys, e lei, in quanto fan sfegatata, sussurra che può dirgli solo una cosa, e cioè grazie, per la sua musica, per essere cresciuta con le sue canzoni. Quando incontrerò Lindo Ferretti, gli dirò questo solo, grazie per le tue canzoni. Non so se ringrazierò i New Trolls.

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