Sicario, di Denis Villeneuve


Diciannove anni fa mi trovavo a Roma, nella sede direzionale di un prestigioso istituto di credito, per la prima lezione di un master avanzato in finanza internazionale. Il professore era un docente universitario, piemontese ascendente pugliese, liberale, liberista e progressista, con un’ostilità congenita al fariseismo ed alle mezze misure. Nello stupore generale, costui cominciò a parlare delle lobby finanziarie più potenti del pianeta, sciorinando una serie di slide in cui comparivano foto e organigrammi dei board, in modo che noi, poveri ignari guasconi post lauream, vedessimo la presenza in proporzione costante degli italo-americani, degli ebrei, dei sudamericani, degli arabi ivi elencati. Analizzando la composizione di queste organizzazioni legali e yes profit, diceva, si può risalire alle organizzazioni criminali che le generano e che detengono l’economia mondiale, e questo perché nel crimine non vale il principio della competizione, ma della cooperazione, tutti devono avere una fetta di torta, win win no war. Che fosse subdolamente razzista, evoluzionisticamente lombrosiano o illuminato non so, fatto sta che questo professore cambiò per sempre il mio modo di vedere le cose. Sicario, di Denis Villeneuve.

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Che è autore amatissimo dai cinefili sin dagli esordi, ancor più dal momento in cui ha cominciato ad incrociare il retaggio quebecoise con l’esperienza negli Stati Uniti d’America. Prisoners, ottimo film con ottimo cast, volava dalle parti di Dennis Lehane e del romanzo popolare americano, contenendo scorci di Eastwood, De Palma e Friedkin. Enemy, buon film con un buon Gillenhall, partiva da Saramago e rinculava verso il bipolarismo canadese (Ontario), strizzando l’occhio al compatriota Cronenberg e al Lynch da camera. Stupisce come entrambi i film avessero un impatto visivo straordinario, magniloquente persino, a fronte di sceneggiature manierate, solide non brillanti, diligenti come le anonime penne cui erano affidate. La stessa dicotomia tra visionarietà e scrittura sembra ripetersi, pedissequa, in questo Sicario, un film che vola alto, altissimo ma a tratti perde quota, non rovinosamente, ma macchinosamente. Una poliziotta senza macchia, senza paura e senza vita privata viene convinta ad arruolarsi in una squadra speciale per un’operazione speciale, combattere il cartello della droga di Sonora che ammorba il confine USA-Messico. Quella contro i narcos è una guerra sporchissima, lurida persino, ed efferata quanto gli omicidi – i massacri, le ecatombi, gli olocausti – compiuti dagli stessi trafficanti per mantenere il controllo militare del territorio, nella fattispecie di Ciudad Juarez. Ciudad Juarez, la faccia triste dell’America, come Tijuana, come altrove Ciudad del Este.

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I messicani la chiamano la belva, il mostro, un agglomerato infinito di baracche, cresciute come un tumore di là della recinzione che divide i gringos dai tacos. Aerei volano di qua e dei là dal confine, il paesaggio sembra Marte o la Terra allo stato primordiale, quando non c’era civiltà, e Villeneuve questo vede, la mancanza, non l’inizio ma la fine della civiltà, la barbarie. Il suo occhio è quello di Emily Blunt, costretta suo malgrado all’immobilità in ogni blitz cui partecipa, non può agire non essendoci un principio morale per cui agire, può assistere – spettatrice – all’orrore, allo scempio, senza nemmeno cercare di capirlo, nell’attesa della rivelazione finale. Il riferimento letterario, a detta dello steso Villeneuve, è il sacrale Cuore di Tenebra di Joseph Conrad, l’opera che è la carne ed il sangue degli Stati Uniti. Il suo Kurtz è Benicio Del Toro, personaggio strambo e sanguinario, apolide che combatte e stermina, vendicatore senza causa e senza paura.

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Benicio spara come uno Schwarzenegger d’antan, si muove come sé medesimo nel The Hunted di Friedkin, guarda come l’altro sé in Traffic di Soderbergh. E sarebbe proprio Soderbergh il riferimento più lampante,nel seppiato delle immagini oltreconfine o negli sviluppi estremi delll’intreccio, però occorre scavare, Soderbergh è una falsa traccia. L’occhio è quello del Michael Mann di Miami Vice, , la fotografia somma di Roger Deakins restituisce gli stessi siderali orizzonti fluo, ma c’è anche Dominik, c’è il Mendes più ispirato, quello onirico di Jarhead, film di guerra. E proprio questo è Sicario, non un action ma uno stranissimo film di guerra, veneficamente affine al Fury di quel visionario di David Ayer: lì come qui una colonna sonora da horror, lì come qui un nemico invisibile, reso ubiquo dalla sospensione dell’umanità.

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Sicario tocca le vette più alte del 2015 nell’attacco al tunnel costruito dai narcos sotto il confine, venti minuti di masterclass, ma alla fine del tunnel c’è Hollywood, ci sono le majors i cui board sono composti esattamente come spiegato nell’intro di questa rece, e anche la libertà di Villeneuve è bloccata dal filo spinato, l’invettiva ideologica si ferma alla generica indicazione che con i cartelli della droga si deve trattare (lo diceva anche il prode Lunardi), non si può vincere perché troppo pressante è la domanda di stupefacenti delle popolazioni occidentali, occorre smuovere la polvere facendo in modo che il la merda sia spalata da altri, oggi magari colombiani, ieri, chessò, boliviani, il bene, fosse anche nella residuale veste di rimorso, ha un cuore a stelle e strisce.

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Più in là, molto più in là si sono spinte Narcos, Homeland, Profugos, le visioni definitive in tema di guerra sporca e di potere (de)costituito, ed è a causa di queste, o per merito di queste, che Sicario ci colpisce ma non ci entusiasma, ci atterrisce ma non ci disturba, ci preoccupa si, ma solo al pensiero che la tv stia clandestinamente oltrepassando i confini che il racconto del cinema sceglie di imporsi.

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