True Detective 2. Well, nevermind


Nick Pizzolatto ha chiuso al traffico la strada in salita che, oltre il cielo nero e stellato, conduceva a Carcosa. Ha riposto in soffitta tutta la weird fiction e il cosmic horror di Ligotti, Chambers, Lovecraft e compagnia bella, ha tirato giù e spolverato i libri di Hammett ed Ellroy perchè così vanno le cose, così devono andare. Quella strada è chiusa, le vertigini cessano di colpo, piombiamo con i piedi nella terra lercia, il malessere che ci assale è una doccia fredda, reale, dolorosa. Rust e Marty sono lontani, la Louisiana è lontana, il Re Giallo è esploso in mille pezzi, generando spore tossiche e polveri sottili e malefiche sparse ai quattro venti, che accendono sparuti flash citazionisti sotto i nostri occhi impotenti e disorientati dalla natura differente della seconda stagione. La prima volava, la seconda striscia.

I live among you well disguised

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Il filo di sottile acciaio che lega le due storie è rappresentato dalla musica, ancora fondamentale e ancora assemblata da T-Bone Burnett. Canzoni mai casuali, cucite insieme da trame ambient, elettroniche e di concrete music, a ruotare attorno alla mesmerica malinconia di The Only Thing Worth Fighting For che Lera Lynn canta in quel non-luogo lynchiano che è il bar (è un fantasma Lera? Canta davvero in quel bar? A giudicare dagli sguardi straniti dei protagonisti quando sono rivolti verso di lei, è proprio un fantasma) dove two detectives si incontrano, scrutandosi reciprocamente alla ricerca dell’unica cosa per cui valga la pena lottare. Un posto che potrebbe non esistere, eppure ricorrente e fondamentale come un teatrino nel radiatore. Il cuore nero stavolta alberga a Vinci, città immaginaria che ci fa percepire TD2 come un adattamento di un fumetto immaginario, una storia di spettri in carne e ossa scritta da James Ellroy e Frank Miller. E’ una città meccanica, catrame fabbrica e ciminiere a pompare sangue infetto, è nel Vinci Gardens Casino che si decidono le regole del gioco, tutto è marcio. Vinci nel mondo reale è la città di Vernon, a sud di L.A. downtown, già dagli anni venti famosa per la sua corruzione monumentale, ha detto Pizzolatto: poco più di cento abitanti, infestata di fabbriche e impianti chimici, somiglia molto allo scenario di Eraserhead.

vince

A Vinci comanda Frank Semyon (Vince Vaughn), ambiguo e irrisolto villain emerso dagli inferi di Dashiell Hammett, i lupi siberiani braccano la sua condizione di uomo d’affari con la faccia pulita e le sue promesse di ricchezza esponenziale. E’ sposato con Jordan, sguardo di ghiaccio e scollatura magnetica, moglie forte e socia fidata.

Our law of peace/ which understands/ a husband leads/ a wife commands

La sua relazione primaria – bergmaniana, delatoria – è con Colin Farrell, detective Velcoro, Vinci PD, in fuga da Los Angeles e dal suo passato, talmente solo da difendere con i denti una paternità inesistente.

Living on the spot light can kill a man out right/ Cause everything that glitters is not gold

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Un attore irlandese che fa il poliziotto con un cognome italiano, qui si sfidano le regole dell’hard boiled, si creano individui dicotomici, ci si colloca pericolosamente in un territorio confinante con Sin City.

What I said was never what I meant/ and now you’ve seen my world in flames/ my shadow songs, my deep regrets

Through detective, true detective, tough detective. La cellula duale di Rust e Marty ha originato per mitosi quattro pessimi elementi, tutti con problemi sessuali, e gli altri due sono, se possibile, ancora più ambigui: uno, apparente maschio alfa, è Paul Woodrugh (Taylor Kitsch), traumatizzato da trascorsi orrorifici nelle guerre dell’era Bush jr. (beffarda e sensata l’inquadratura del cartellone che pubblicizza l’uscita al cinema di American Sniper), poliziotto dolente impotente con tendenze suicide. E, ciliegina sulla torta, una madre che ha molti tratti in comune con l’immensa Kristin Scott Thomas di Solo Dio Perdona. La sua folle corsa in moto a fari spenti nella notte è un memento della regia (uno dei pochi:TD2 non ha un Cary Fugunawa a occupare la sedia da regista, stavolta a dirigere sono sette persone diverse e interscambiabili, perchè questa deve essere la creatura di Pizzolatto e di nessun altro), l’occhio che ci fa guardare infatti è di Justin Lin, Fast and Furious, che dirige il primo episodio.

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Black mountain, black mountain, black mountain. E’ il ricordo più traumatico per Woodrugh, Black Mountain come Abu Ghraib o Falluja per chi c’era, l’incubo che lo manda in crisi ogni volta che quelle parole vengono pronunciate. E i Black Mountain sono in colonna sonora:

there are killers in this town with all their killer plans/ a war is on the horizon/ have you done more than you can swallow?/ Lord, won’t you set us free?
A chiudere la presentazione dei quattro (quattro come i protagonisti braccati di Profugos, la serie di Pablo Larrain con la quale il crescendo di TD2 ha molti sorprendenti punti in comune) true detectives c’è Lei, Antigone “Ani” Bezzerides (Rachel McAdams), un nome che ci dice già molto della sua storia.

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Un padre santone hippy/new-age, una sorella camgirl, traumi nascosti dietro una femminilità soffocata e il quotidiano allenamento con le lame per tenersi pronta alla vendetta contro l’intero genere maschile. Il noir narcolettico di Pizzolatto rischia inizialmente di addormentare, invece che ipnotizzare.

Eppure il fuoco è acceso, la fiamma bassa, bassissima, ma brucia. Piano, pianissimo. Ma la cottura è inesorabile, e dopo due, tre puntate ci sorprendiamo con la melma fino al collo, impantanati in un malefico marciume dove sguazzano politici, dirigenti delle multinazionali, criminali spietati, corruzione, speculazione, sesso deviato e vagonate di prostitute chirurgicamente modificate per accontentare il potere, un potere incarnato secondo gli stessi principi della Society di Yuzna.

Darkness for cover, church in ruin/ there’s nothing left to feel/ goodbye lover, this is your doing/ a heart against the wheel

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Fino al punto di non ritorno, il memorabile conflitto a fuoco del finale della quarta puntata. Il sangue, le teste che esplodono, il ritmo iperrealistico. E, più di tutto, il fermo immagine finale, dopo la devastazione sui volti dei tre detectives, le lacrime, la rabbia, il dolore, lo shock. Perchè è così che ci si deve sentire dopo ogni sparatoria, quando ci si guarda attorno e la strada è ricoperta di cadaveri. True detective. Il colpo è talmente forte che la storia, nella puntata successiva, riprende dopo un sacrosanto lasso di tempo di due mesi. E allora i toni si alzano, tutto è nero, ancora più nero. La notte è priva di stelle. Black Mountain, e ancora i Black Angels in colonna sonora, e la loro maestosa Black Grease a cavalcare la tensione.

You’re a storm, you’re so emotional/ moody and controlled, sly and involved/ you’re alright, you come to me in times/ you make me realize i’m not the kindest guy

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Pizzolatto ci è riuscito di nuovo: a questo punto, proprio come un anno fa, della risoluzione del caso (un politico ammazzato, ritrovato con gli occhi bruciati dall’acido, segni satanici incisi sulla pelle e i genitali asportati: si scopriranno in seguito le sue passioni per il voyeurismo estremo e per l’occultismo) non ce ne frega più di tanto.

Nevermind

Tutto deflagra e si distorce: precipitiamo nell’abisso di un incubo ad occhi aperti, un’orgia che sembra la figlia illegittima di Kubrick e Yuzna fusi in un corpo solo, mostruoso e potentissimo. Allucinazioni, ricordi, traumi, e coltelli si intrufolano tra i corpi che fottono, i ricchi che guardano fottere, le prostitute che si lasciano fottere per contratto.

tdorg

Cosa sta succedendo realmente? La lama ha davvero colpito a morte? Sono io la puttana? O mia sorella? Quell’uomo lo conosco. Lo conosco da quando ero una bambina. Sono una bambina. Sono una detective sotto copertura. Sono una puttana. Sono mia sorella.

In time you find your way to release/ and then it goes away/ again what had been the strongest force against you/ becomes your only friend

 

(tratto dal numero 154 di Nocturno, in edicola adesso)

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