The Visit, di M.Night Shyamalan.


Quando la fine sembrava già scritta, quando una limacciosa sicumera mi induceva a ritenere concluso questo formidabile 2015, con dieci film già belli pronti da elencare tre mesi prima del tempo, ecco che il divin burlone, il Dio del Cinema, ne combinava un’altra delle sue e veniva a trovarmi sotto mentite spoglie, e che spoglie ragazzi, e che film. The Visit, di Manoj. Night. Shyamalan.

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Potrei dire tanto di Shyamalan, per esempio sulla sua capacità di scrivere, di vedere, di raccontare. Parlando di Shyamalan, finirei per parlare del me che ero, di dov’ero quando il Sesto Senso mi devastò, della vergogna che provai a tremare e piangere per Signs mentre in sala si sghignazzava, dell’esaltazione onanistica dentro The Village, visto nella Capitale dopo un dibattito sul film con Enrico Ghezzi. Parlare dello Shyamalan che era mi permetterebbe di fare i conti con i miei peccati, con i sensi di colpa per averlo abbandonato dopo E venne il Giorno, pensando stolidamente di poterne  fare a meno, rinnegandone la svolta, non commerciale perché commerciale Michael è intrinsecamente, ma nazional-popolare.

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Successe perché ero arrabbiato, da lui non mi sarei mai aspettato collaborazioni con Will Smith e famiglia, ma per fortuna io non sono nessuno, cinematograficamente parlando, e Jason Blum invece è qualcuno, qualcuno che perdona, che fiuta, che capisce, che sa spendere, che crea. La Blumhouse Production, signori miei, è una factory coi contro sul solco dell’imperituro Roger Corman, capace di sfornare prodotti ad alto tasso di intrattenimento, fino a spingersi  sempre più frequentemente – e semplicemente – alle vette del metacinema, della sperimentazione visuale, della riflessione sui generi e canoni della visione. Penso ad Unfriended in primo luogo, ma ne discuto in altra sede, questo è il momento di The Visit. Che è un POV, il primo POV girato da ragazzini e a misura di ragazzini. Si dice che la tv è magnetica, perché ipnotizza il nostro io adulto costretto a fissare immagini su piccolo schermo, che il cinema invece è magico, davanti al grande schermo chiunque essendo in posizione di soggezione, in scala ridotta come un bambino davanti ai giganti.

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Lo spettatore che vede il film è il bambino che guarda è la ragazzina che riprende tutto: questo il punto di partenza di Shyamalan, così, senza mezze misura, nuova linfa ad un genere che era andato in overdose, banalizzato, più che dalle tematiche, dalla sua stessa accessibilità. Era infatti opinione diffusa che per un POV decente bastasse un buono smartphone o qualcosa di appena più complesso: errore, erroraccio, quelle sono riprese amatoriali, è YouTube, è il filmino del vostro matrimonio. Girare un POV significa avere le idee chiare dapprima su colui/colei agenti che determinano il punto di vista, poi sulle potenzialità dell’inquadratura, sui confini e le linee di fuga dell’immagine in movimento, sulla visione che diventa significante solo attraverso un atto creativo e casuale di chi la fruisce. Primo piano, secondo piano, fuoricampo, luce, buio, prospettiva, angolazione: i fondamentali del POV, tutti nelle mani di Shyamalan attraverso Becca e Tyler figli di ex ragazza madre, che decidono di fare un documentario sulla di lei adolescenza, quando per amore di un older man si inimicò paese e famiglia e fuggì via, sola e negletta, rinnegando i suoi cari. Il metafilm, qui, è nell’intenzione di fare i conti con il passato riappropriandosene visivamente, trasformando i ricordi raccontati in immagini: nella storia, questa intenzione si traduce nella visita che i ragazzini faranno ai nonni materni, mai visti prima, per una bella settimana da trascorrere in campagna.

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Succede però che i vegliardi si mostrino gradualmente eccentrici oltremisura, alternando momenti di calma apparente a raptus di varia natura, noi guardiamo e pensiamo di vedere i segni dell’Alzheimer, della schizofrenia, dell’arteriosclerosi, pensiamo all’orrore il più vero che c’è, la senilità, i corpi e le menti che marciscono e puzzano e si rivoltano e sono rivoltanti. La vecchiaia fa paura, il corpo nudo di una vecchia impazzita atterrisce, il bambino stesso dopo aver guardato finge di aver perso la vista, faceto ma non troppo. La paura della morte, la separazione, il distacco inaccettabile perché è per sempre, nel confronto tra nativi digitali e anziani manuali, anziani maniacali che con il passare dei giorni si licantropizzano, diventano minacce sempre più incombenti, esorbitanti dalle videocamere che li riprendono e dalle storie del beltempochefu che dovrebbero raccontare. I brividi sono copiosi  e pregevolissimi: io stesso, con gli occhi stanchi e mai sazi, ho sentito i pochi capelli rizzarsi, un fremito scuotermi dalla cervice giù fino ai lombari, e me ne sono compiaciuto alquanto.

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Shyamalan vede e mostra le relazioni tra generazioni, come un maestro d’armi sfoggia assoluta padronanza degli stilemi della favola gotica, i biscotti della nonna, il forno, la cantina (the basement!), l’ora dei fantasmi, li colorisce di una ironia dissacrante ma mai cinica, li porta avanti nel tempo, nel futuro del cinema. La fine, la tragica fine il lieto fine,  passa attraverso le schegge di uno specchio che non rifletteva più (l’immagine che non sapeva più immaginare, direbbe Ghezzi), che arresta il flusso delle immagini e innesca i percorsi post visuali, della rielaborazione, della riappropriazione.

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Questo è The Visit, questo è Shyamalan, questo è il cinema che abbiamo dentro, sia lodato il Dio del Cinema, sempre sia lodato.

 

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