Z For Zachariah. ZZZ…


Craig Zobel ci aveva folgorati con Compliance, un film radicale e potentissimo, fondamentale, che ci restò appiccicato alla pelle per parecchio tempo dopo la visione. Una riflessione agghiacciante sul potere, sull’autorità, sugli effetti del controllo sulle persone, su come ci si comporta quando il potere parla, chiede, ordina. E tante altre cose. Tutto avveniva in un giorno, in un angusto sgabuzzino, con tre protagonisti che entravano e uscivano. Apparentemente l’opposto di Z For Zachariah: siamo infatti in una luminosa valle, splendidamente colorata di verde dall’estate, misteriosamente scampata alle radiazioni di chissà quale catastrofe nucleare, che ha reso il resto del mondo radioattivo e letale. Ci vive una ragazza, sola, con il suo cane. Finchè non compare un secondo essere umano. E poi un terzo. Ancora tre protagonisti quindi, ma con un sacco di spazio attorno.

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A parte le tute e gli scafandri protettivi, la science-fiction qui è poco più che texture: a Zobel interessava raccontare altro, e continuare il discorso intrapreso con Compliance. Come, cioè, ci comportiamo in assenza di testimoni. Come cambia il nostro modo di agire quando invece un testimone compare. La ricostruzione, la rinascita, il futuro sono parole che riempiono la bocca dei protagonisti, che cercano un senso superiore in ogni loro gesto. In fondo, per quanto ne sappiamo e per quanto sembrano saperne loro tre, potrebbero essere gli unici umani rimasti vivi. Ma in fin dei conti a condizionare ogni azione e reazione sono sempre le stesse pulsioni: sesso, difesa del territorio e ostilità.

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A recitare il ruolo di Anna, timorata di Dio e ben poco glamour, gran lavoratrice impegnata a sopravvivere nella fattoria del suo defunto padre, è Margot Robbie, in un ruolo decisamente opposto rispetto alla biondissima mogliettina del Lupo di Wall Street. La sua vita solitaria è turbata prima da John Loomis, uno scienziato ateo, con il volto di Chiwetel Ejiofor – ovvero Solomon, per Dodici Anni Schiavo – e poi dalla comparsa del terzo incomodo, Caleb (Chris Pine, volto da grandi produzioni hollywoodiane). E sono tutti bravissimi, ogni cambiamento di umore, risentimento, tentativo di manipolazione degli altri, è reso alla grandissima, spesso con un solo sguardo. Chris Pine è il più credibile dei tre, l’unico a creare un minimo di tensione con la sua presenza; il suo personaggio è il più reale, uno da cui ti aspetti da un momento all’altro un’esplosione del lato oscuro.

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Il risultato finale è però un dramma da camera troppo statico, anche se la camera è enorme. I sottotesti e i riferimenti biblici sono le uniche cose che interessano a Zobel, che ha sbagliato ad uscire all’aria aperta: questo film avrebbe forse funzionato di più nello stesso sgabuzzino di Compliance. E non avrebbe sfigurato affatto come episodio di Ai Confini Della Realtà, anche perchè 25 minuti sarebbero stati più che sufficienti.

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Leggero, incompiuto, troppo beneducato e troppo luminoso: dovendo girare necessariamente nei mesi di febbraio e marzo, Zobel ha deciso di portare tutti in Nuova Zelanda, voleva la luce, il calore e i colori dell’estate. Lontano quindi da The Road, e lontanissimo, nonostante sia uno dei modelli dichiarati, da Stalker. Pericolosamente vicino, invece, ad un triangolo amoroso soap-operistico. Praticamente inutile.

 

 

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