The Martian, la fantascienza che ti sfiora


Sveglia, suona, buco in, pancia, scendo, cacca, radio, NASA. Base, scrivo, leggo, spacca, logic, canto, ascolto, NASA. Un tormentone si riconosce subito, penetra nelle fibre cerebraii e le disgrega. Così è questo The Martian, uno dei film più importanti della stagione 2015, nella sua dichiarata fotta di lanciare Hollywood di nuovo in orbita, su e ancor più su, dove il cielo è blu, anzi, è rosso e bianco e blu, a stelle e strisce insomma.

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Ricordate quel discorso che accennammo alcuni anni luce fa sul blog, quello di Palahniuk che in un certo libro si domandava – per vece di un suo personaggio – quand’è che ci avessero rubato il futuro, e nel mentre guardava la torre dell’Expo 1962 a Seattle? Avevamo ragione, allora come adesso, il futuro era come un dominio scaduto e non riacquistato, un dot com nel quale la cultura avant-pop o avanz-pop di questi anni sembrava non credere più, costretta a razzolare tra i vermi e le macerie dl suo stesso immaginario, smarrita, perduta, lost come la serie TV che meglio rappresentava il nuovo territorio dell’allegoria fantascientifica. Tra i creatori di questo humus paranoico e cervellotico due cantastorie in particolare, Lindelof e Goddard, oscillavano tra grande e piccolo schermo riscrivendo le coordinate dei generi, orientando gusti, sperimentando diverse vie per un definitivo ritorno al Futuro. Lindelof lavorava con Ridley Scott su Prometheus, film bistrattato per colpe e demeriti non suoi, poi scriveva Tomorrowland per la regia di Brad Bird, un film che voleva essere un blockbuster di fruizione semplice finendo col risultare sempliciotto, didascalico nell’indicare le coordinate del nuovo ground zero dello sci fi, fallace nell’affidarsi ad attori retrofuturisti (Clooney, Laurie). Tentativi non riusciti, insomma. Con The Martian è la volta di Goddard, anche lui messo alla prova dalle majors come sceneggiatore per la regia di Ridley Scott, giocando sul velluto di un romanzo ben riuscito e con attori da dream team.nasa 2

Goddard, onesto come un artigiano, imbastisce un plot di buoni sentimenti al suono di canzoni ruffiane, contaminando i generi come ai tempi della collaborazione con Whedon, sci fi si, ma poi survival, rescue, mission, reality, tutto con grande diligenza, la sua è una sceneggiatura corazzata, a detta dell’ottimo Claudio Bartolini su FilmTV. Scott ringrazia e gira da par suo, muovendosi come un’aquila tra Marte e le sale di controllo e le astronavi e l’ignoto spazio profondo, accettando con sicumera imperdonabile di ospitare l’ovvia Starman di David Bowie in tutta la sua lunghezza, ciò che per altri sarebbe stato giudicato intollerabile ed in The Martian diventa invece vezzo empatico, strizzata d’occhio riconoscente. Soprattutto, Scott avalla la più massiccia operazione di brand marketing del nuovo millennio, accettando che il marchio NASA compaia un fotogramma si e un altro pure, ossessivo come un jingle mantra, intrusivo come una griffe isterica, cubitale come una scritta oscena. NASA su tutto, su tute, teloni, computer, immagini, attrezzi, sonde, NASA perché dove c’è futuro c’è NASA, NASA dolce NASA anche sul pianeta rosso, mi NASA es tu NASA e così all’infinito.

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Anche la marchetta alla distribuzione cinematografica cinese – nella forma di un provvidenziale intervento dell’agenzia spaziale mandarina – viene oscurata da questa imbarazzante celebrazione di neo-umaNASAimo, dagli yankee che restano duri senza perdere la tenerezza, e sono capaci di tutto pur di salvare l’ennesimo Ryan, botanico-pirata-padre fondatore, perché uno vale uno e un abbraccio, beh, un abbraccio non ha prezzo (vedasi anche la rece su Big Hero 6 e la nuova teoria degli Abbracci Universali, che qui opportunamente riporto:”L’abbraccio, il contatto tra macchina e uomo, l’azione che genera emozione, è la chiave di lettura dell’opera, che è esilarante, ironica, ipercinetica, ma soprattutto emozionale. Occorre abbandonare ogni sovrastruttura, turarsi il naso per la puzza di Major e abbandonarsi, laici e fanciulli, alla visione di un racconto derivativo forse, ma parimenti imprevedibile, che esalta il valore sociale della tecnologia e alza lo sguardo verso un futuro finalmente non più distopico, ma umanistico, e colmo di speranza”.). Fortunatamente, i compari Scott e Goddard mostrano di saper padroneggiare la nuova vulgata, improntandola ad una inusuale leggerezza – assenza di gravità, letteralmente -, dei toni ma anche degli snodi narrativi e delle invenzioni, la capsula spaziale con i teloni al posto dei portelloni resterà nella storia del cinema, così come la visiera del casco rattoppata a botte di nastro adesivo.

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E’ che i due giocano di fino, si divertono a sfiorare la pancia e il cuore degli spettatori, grandi e piccini, e a guardar bene The Martian è un film di sfiorature, dalla Terra che sfiorata cambia la direzione di un’astronave, al contatto sfiorato e poi riuscito grazie ad un soffio di aria compressa, a ritroso fino all’antenna radio che lacera la tuta di Matt e gli sfiora gli organi vitali, consentendogli per paradosso di restare in vita. Sfiorarsi, sopravvivere, stare vivi, è in fin dei conti comunicare, lasciare tracce visibili e fruibili del sé, non importa se fuori sincrono, non importa in che modo, così The Martian come Interstellar come Prometheus (Goddard e Lindelof, appunto). In questo film di solitudini apparenti, di maschere trasparenti, Matt Damon performa da par suo, ma il perfezionismo è dietro l’angolo, ed il rischio di trasformarsi in un altro Tom Hanks più reale del re. La stella, la vera stella di questo universo marziale e solidale è ancora una volta lei, Jessica Chastain, sguardo, espressione, corpo di questo Futuro, e di ogni altro Futuro possibile.

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