The Green Inferno. Tributo a Eli Roth


Il solo titolo ha scoperchiato le tombe e gli ha aizzato contro i critici morti viventi di questo e quell’altro mondo. Il solo film ha collezionato più accuse ed offese di tutti gli Ozpetek e i Muccino messi insieme. La sola locandina ha scatenato la furia delle erinni da tastiera, su questo o quell’altro quotidiano nazionale. Lo hanno maledetto in tutti i modi conosciuti: in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore; credo che se fossero rapiti dall’Isis e vedessero il vero orrore, la smetterebbero di fare questi film per deviati; vietiamoli per legge; mandate il regista nelle zone di guerra; il vero orrore è la guerra non ste cazzate; è inquietante ci siano persone a cui piace il genere; meglio trombare che vedere queste cose per mentecatti; non ha senso fare questi orribili film di orrore. Mi fermo qui, ci sono motivazioni a sufficienza perché dikotomiko intervenga, sia lode e gloria a Eli Roth, sia lode e gloria a The Green Inferno.

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Che è un film straordinario, perché si pone tante sfide differenti e riesce di slancio a vincerle tutte. La prima sfida, la più facile, era quella di perturbare chi non sarebbe mai andato a vederlo, ed il colpo è andato a segno. Ciò è confortante ed anche lunsinghiero, perché se il genere più o meno cannibalico è ancora capace di indignare quellichebenpensano significa che il cinema è ancora vivo nella sua consistenza materica, di occhi e corpi e di sangue e di viscere. Giova ricordare che il Cannibal Holocaust originario e definitivo, di cui il film di Roth non è figlio ma al più bis-nipote – riuscì ad incassare, nella sola distribuzione in sala, ben 200 milioni di dollari, la maggior parte dei quali Oltreoceano e precipuamente in Giappone, e quello era davvero un film sovversivo, oggi si farebbe fatica persino a immaginarne uno simile. Roth infatti non lo fa, non ne immagina uno simile, ne immagina uno derivativo ma a suo modo originalissimo, intendendo riportare l’orrore fuori dal recinto della claustrofobia domestica, nella ignota giungla profonda. La seconda sfida è quindi dare in pasto agli spettatori, sedati e avvezzi da millanta psicopatici seriali e da legioni di spiritelli maligni -, il caro vecchio nemico atavico e prepuberale, il selvaggio crudele e azzannatore.

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Roth attacca il tabù, quando da decenni la solidarietà pelosa dei farisei rossi e neri impone, non di difendere attivamente, ma di commiserare le tribù di aborigeni di tutto il mondo, dismettendo l’immaginario del colonialismo trionfante per sostituirlo con le paranoie del capitalismo finanziario imperante, chè mentre li si stermina e discrimina è bene mostrare compunta riconoscenza. I selvaggi del Green Inferno sono cromaticamente entusiasmanti, dalla sciamana one-eye (rsvp Valhalla Rising) all’ultimo dei bimbetti con i denti aguzzi, l’appetito che mostrano nei confronti della carne di occidentale pare genuino, la stolidità delle azioni e reazioni corali li accomuna alle comunità dei redneck più deviati del cinema recente (rsvp Inbred). Sono rappresentati come una sorta di comunità nazional popolare più che rivoluzionaria, e da qui parte la terza sfida, mi vien da dire all’intellighentia radical chic ma devo controllarmi, la terza sfida è tutta all’upper class colta, ricca, snob, ebrea.

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Ebrea, prima che americana o sopra l’essere americana. Ebrea, senza se e senza ma. Ebrea è la protagonista, ebreo suo padre avvocatone all’ONU, ebrei tutti i suoi sodali, dall’amica snob agli hippie affamati di fama. Certo, Roth è l’Orso ebreo, lui dice a chiare lettere di avere liceità di satira sulla sua gente senza incorrere nel peccato originale dell’antisemitismo, ed è anche vero che l’autoironia è un marchio di fabbrica della sua  cultura d’origine, ma mettere alla berlina o in pentola  certi usi o costumi, fuori dai clichè da bromance o serie TV, è davvero meritorio. Valga, a titolo di esempio, l’abietta figura del leader della spedizione in Amazzonia, un sedicente guru ebreo che canticchia alla Bob Dylan, è ossessionato dal denaro e dalla popolarità e si masturba per rilassarsi quando più forte è lo stress (rsvp Wolf of Wall Street). Ebreo è anche il caricaturale puritanesimo ostentato in tutta la visione. Si vede ìnfatti, un quasi fallo – un fallo quasi nudo – nell’atto della minzione, si mostrano uno o più corpi femminili quasi nudi poi coperti da slip e fascioni apparsi per magia (solo un paio di tette sfuggono fugacemente all’occultamento), c’è  anche una prigioniera costretta a defecare fuori campo per improvvisa dissenteria tra il biasimo dei compagni e le grida di scherno della tribù. Una pudicizia esibita con intento grottesco, contrappasso alla dovizia di particolari esibita nella macelleria dei corpi umani, occasione per satireggiare anche sul tabù dell’obesità e marchio di fabbrica del cinema di Roth, qui imbeccato (imboccato) alla perfezione da Greg Nicotero, Sua Maestà il Signore degli Effetti Speciali.

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Tutto questo rende The Green Inferno altro rispetto a Cannibal Holocaust: dove quello si prendeva dannatamente sul serio utilizzando il rough sex come grimaldello per una riflessione brutale sui limiti ed il potere della visione, questo gioca metaforicamente con stereotipi e pregiudizi, non fingendo mai di essere quello che non è, non un documentario, non un POV, non un mockumentary, sostituendo al feticcio della telecamera qualche smartphone disastrato. Eppure, questa la vittoria più grande, Roth riesce a toccare i nostri istinti più bassi, scatena la nostra fame di carne e le nostre voglie più morbose, costruendo un film di appetiti intorno al corpo di Lorenza Izzo, la sua musa cilena (anche in Knock Knock, Hemlock Grove è e After shock), occhi che non si dimenticano, mimica da urlo (e da urli), bona e brava, brava e bona, da divorare in un solo boccone.

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The Green Inferno, in estrema estremistica sintesi, è cinico, abietto, razzista, reazionario, perbenista, scatologico, pecoreccio, sfacciato, morboso, derivato, sbrindellato, sbudellato. Un pasto completo, come piace a noi.

 

The Green Inferno, per l’home video, è commercializzato dalla Koch Media sia nella versione theatrical sia nella versione totally uncut, dove i banchetti cannibalici sono sviscerati in ogni minimo particolare. Tra gli extra, un videoclip di Roth con DJ Ashba, Escape from the Green Inferno, e 4 speciali sugli elementi basilari della storia. Nella confezione anche un booklet che posiziona The Green Inferno nell’evoluzione del genere cannibalico.

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