The Final Girls trionfa al Sitges 2015


Nonostante mi sia sempre sforzato al massimo, non sono mai riuscito ad andare oltre la soglia delle, diciamo, pre-allucinazioni. Il punto più alto che abbia mai raggiunto riguarda ovviamente la proiezione di un film di David Lynch, Inland Empire. Nel bel mezzo della visione mi ritrovai convinto che da un momento all’altro sarebbero entrati sul palco gli uomini con la testa di coniglio. Ne ero certo e terrorizzato, e parecchi minuti dopo la fine del film avevo ancora problemi a respirare. Purtroppo non mi è mai successo niente di più forte, almeno in una sala cinematografica. Quanto vorrei essere catapultato in un flashback! Falciato da uno split screen! Moviolizzato da una slo-mo! Paraculato da una voice-over! No, questo no, il voice-over deve morire, così, voice-game-over. Tutto questo, e molto altro ancora succede in un film, come dentro un film. The Final Girls, di Todd Strauss-Schulson, Premio Speciale della Giuria e Premio Miglior Sceneggiatura al Sitges 2015.

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Il metacinema in quanto cinema nel cinema ha fatto indubbiamente il suo tempo, è oramai un genere codificato a cui ricorrere quando si sa cosa dire o per converso non si ha niente da dire. Mia Madre di Moretti, Birdman di Inarritu, This Is the End di Godberg-Rogen, Why Don’t You Play in Hell di Sono: sono solo alcuni degli esempi più recenti di metacinema, scegliete voi quali annoverare nella categoria degli sterili esercizi autoreferenziali o nel novero delle entusiasmanti variazioni sul tema. Nondimeno, tutti i casi sopra detti mi hanno lasciato variamente perplesso, film depotenziati mi sono sembrati, come di mente senz’anima, invece a me piace il metacinema di mente e pancia e passione. Quello che in tempi non sospetti è riuscito, non a Woody Allen, non a Francois Truffaut, ma a Mel Brooks, che con Frankenstein Junior ha fatto dell’orrore una cosa prima da pensare e poi da ridere, con la liceità concessagli dalla padronanza, il rispetto ed il timore del genere: Frankenstein Junior è il metacinema che muta il prodotto non variando i fattori, non è parodia di un genere  in quanto non è contraffazione burlesca, è interpretazione originale, anzi di più, è interpretazione sentimentale.

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Quello che è riuscito a Todd Strauss-Schulson, girare uno slasher al quadrato che è un pocorn movie ma anche anche coming of age e anche commedia dolceamara. La storia, semplice semplice, prende le mosse da un filmetto a basso costo degli anni 80, dove un boogeyman qualsiasi (Billy) affetta ragazzi e ragazze infoiate in uno spring break qualunque (“spring break forever”, dice una dellle cheerleader omaggiando palesemente Sua Maestà Harmony Korine). A vent’anni di distanza il film diviene oggetto di culto, come spesso succede realmente nell’era dei Quentin Tarantini, ma la sua iconica  protagonista, disoccupata ex-starlette senza una causa, muore in incidente stradale lasciando al mondo una sola, inconsolabile figlia adolescente. Succede che un incendio nel corso di una proiezione alla memoria costringa la giovane ed un manipolo di amici a riparare al di qua del grande schermo, finendo dritto dritto nel film proiettato, proprio quello slasher con la mamma giovane e bella, e da qui è puro e vero genio. I ragazzi “reali” –  sono poi persone reali gli adolescenti? – sono costretti ad interagire non con gli attori del film, ma con i personaggi nel film, bidimensionali per definizione e costretti goldonianamente nei ruoli assegnati (l’ingrifato cronico, il mandingo, la timida, la svampita, la sognatrice e così via), con annesso limitato repertorio di frasi idiomatiche tratte dal vocabolario dell’horror pecoreccio. Tutti a cercare di salvarsi dalle affilate attenzioni di Billy, che puntuale come un boia appare, ogni volta che nell’aria c’è profumo di sesso nei limiti consentiti dal visto di censura, cioè esibizione di tette, pomicio precopulare e così via.

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Il campo estivo diventa il teatro bivalente della vicenda, essendo territorio fisico dove i nostri devono muoversi, ma essendo anche il territorio astratto della rappresentazione, tra immagini che si scompongono/scolorano nei flashback, corpi che improvvisamente si intorpidiscono nei ralenty, azioni reiterate nel loop canonico dell’universo parallelo. L’accumulo di paradossi, gestiti consapevolmente come vie di fuga o deviazioni dal plot, genera ilarità, ma ciò che più colpisce è che le azioni di tutti non riescano a modificare il corso degli eventi scritti secondo le regole dell’horror: la procace svampita, pur cercando di essere altro da sè per attirare in trappola Billy, resta un corpo buono solo per il body count delle vittime, così come l’infoiato si trova tragicamente costretto a pensare al sesso anche in situazioni di pericolo estremo. Il genere come destino quindi, che sembra avviarsi deterministicamente e malinconicamente ad un epilogo non lieto. Final Girls come Final Destinations for all? No, perché  in mezzo a tutto questo, la giovane Max non si arrende e cerca di salvare la sua mamma di celluloide, fin al punto della trama in cui è scritto che ne resterà soltanto una, solo una – vergine, ovviamente – riuscirà ad ammazzare il mostro, e se il passato e un film già girato che non si può cambiare, ma va solo lasciato scorrere, è anche vero che l’amore è per sempre, e madre e figlia sono pronte all’estremo sacrificio, e allora quelle che erano risate scompisciate diventano lacrime incontenibili, incredibile, si piange e si ride e ancora si piange per un metaslasher, mentre Kim Carnes canta come sa.

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Alla fine, lo strepitoso The Final Girls avrà un sequel, anzi, un metasequel. Il problema sarà incastrarlo tra il metaprequel e il metaspin-off, che saranno tutti girati contemporaneamente l’uno nell’altro. Di cattivi, sullo schermo, ce ne saranno almeno tre nella stessa scena, e rischieranno di decapitarsi a vicenda e lasciar così vivere troppa gente. Talmente tanta che il remake si chiamerà The Final Crowd. A meno che, durante uno dei quattordici climax, non piovano dal cielo le lettere di granito di qualche didascalia a frantumare crani in libertà. Il rischio però così sarebbe quello di massacrare tutti, in tal caso sarebbe necessario reclutare altre vittime direttamente dal pubblico in sala, e noi  avanziamo la nostra candidatura, pronti a squarciare lo schermo una volta per tutte

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