Cartel Land, produce Kathryn Bigelow.


Sicario. Bordertown. Get the Gringo. No Country for Old Men. Alambrista! La frontiera è un limite da superare. Il confine tra il grande schermo e gli spettatori, il visibile e l’invisibile, lo yin e lo yang, i ricchi e i poveri, chi esiste e chi muore. La frontiera è la ragione d’essere di ogni dicotomia, è Gandalf che con il bastone blocca il drago. Tu. Non puoi. Passare. E’ la cattiva coscienza, i cavalli di Frisia, il filo spinato, i muri di legno e cemento. La dogana. I Check Point. Le torri di guardia, le ronde, le sentinelle in piedi e nascoste. I cunicoli, le fogne, le gallerie. Quando si crede di aver passato  l’ultima frontiera, un’altra arriva, nuova eppure antichissima, la siepe malefica che da tanta parte di universo il guardo esclude. Cartel Land, di Matthew Heineman, pluripremiato al Sundance 2015.

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Produce Kathryn Bigelow, spirito fieramente liberal, accostata più volte dai sui rozzi detrattori alla totemica Leni Riefenstahl, che fu immensa regista. Fuori di ignominia, Kathryn ha occhi per guardare e cervello per mostrare, il suo cinema è intrinsecamente politico perché obbliga a compiere esperienze di visione immediate (non mediate), totalizzanti (totalitarie?), radicali, amorali. Anche sperimentali, come quando produce e marchia questo incredibile documentario che parla delle genti di frontiera, tra gli Stati Uniti ed il Messico, di qua e di là della barriera fisica che vergognosamente e criminosamente sutura i due Stati. Come ogni confine tracciato su una carta, anche questo è un confine ipocrita, è un tappeto sotto cui nascondere la polvere (Polvere del Messico, di Pino Cacucci) di un’umanità dolente, per legittimare l’esclusività di un colonialismo isolazionista. Ipocrita, perché selettivamente permeabile al denaro ed al narcotraffico, sia crystal meth o coca o ero o altro, che negli Stati Uniti trova il suo mercato naturale.  Non esiste confine per i narcos. Messicani, o colombiani, i cartelli sono riusciti dove l’onorata società ha fallito, cioè emergere dall’ombra e governare intere regioni alla luce del sole. Come una forza politica, hanno creato e moltiplicato i consensi. Hanno riscritto il contratto sociale. Hanno modellato le leggi e le istituzioni. Come una divinità onnipotente, impunemente narcisa, hanno commesso l’errore di credersi invulnerabili, latori della legge del denaro, ignorando  che in quelle terre c’è una legge più antica, la legge del ferro.

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La pistola, il fucile, la fascinazione per le armi da fuoco, il vecchio mito di un’altra frontiera da difendere ed estendere contro i selvaggi, al tempo del colonialismo espansionista. Vediamo dunque manipoli sparuti di gringos maldidos, reietti della società a stelle e strisce, alcolizzati, abusati, riunirsi in milizie per difendere gli Stati Uniti, pattugliare le lande desolate di qua del muro giorno e notte, armati fino ai denti, per bonificare  le vie del narcotraffico. Sono cani sciolti, cani pazzi, cani di paglia, che non hanno avuto un’investitura istituzionale eppure agiscono in stato di guerra, affatto sfiorati da dubbi. Hanno fonti di eticità aleatorie, la proprietà privata, l’autodifesa, vivono nella ricerca quotidiana di una ragion d’essere. Personaggi bizzarri, comunque familiari perché già visti al cinema. La novità di Cartel Land sta in quel che succede di là del muro, dove in questi anni, nel silenzio strategico di media e social network, hanno prosperato le autodefensas, milizie popolari di gente che ha preso le armi per combattere i narcos e liberare i pueblos. L’occhio della telecamera segue il dott. Mireles , leader carismatico, nei giorni del proselitismo e in quelli dell’azione sul campo, dall’acclamazione delle folle all’intervento repressivo dello Stato. C’è un momento, altissimo, in cui Heineman mostra il tentativo  di polizia ed esercito messicano di ridurre agli arresti i componenti delle Autodefensas, fallito a causa di una vera sommossa popolare che mette in fuga le forze dell’ordine, mentre le donne cantano El Pueblo Unido Jamàs Serà Vencido, e qui arrivano i brividi.

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Si è infatti costretti a indagare la natura di quueste autodefensas, se esse siano nuclei di protofascismo o l’ultima avanguardia di una rivoluzione socialista panamericana, con lo Stato che, raso al suolo dal cancro dei suoi malaffari, risorge dall’azione del subproletariato. I dubbi crescono, perché l’azione delle autodefensas non genera istituzioni alternative, brilla nella caccia all’uomo e nella cattura dei narcos ma poi naufraga oltre e contro la legge, riproponendo il caro vecchio taglione, il saccheggio, la corruzione. Non ci sono risposte, impossibile sapere da che parte stare, se al d iqua del confine, in difesa di istituzioni deviate ma un tempo repubblicane e democratiche, o di là del confine, tra giustizieri della notte e subcomandanti di giornata. Il dilemma di chi guarda, che è anche il dilemma di chi pensa, pare risolto bruscamente dall’epilogo della storia di Mireles, fatale ancorché fatalista, e dalla apparente controrivoluzione attuata juntos dalla polizia e dai narcos, accettata da tutti come si accetta il proprio destino. Non temete, il ritorno della primavera è inesorabile. Forse.cartel-land-3

 

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