Unfriended. Se mi banni ti cancello.


Stavolta Jason Blum ha proprio esagerato. Non mi riferisco ai 62 milioni di dollari incassati worldwide a fronte di un budget di produzione di pochi spiccioli, perché moltiplicare pubblico e bigliettoni è la specialità della Blumhouse Productions. Il vero miracolo è che sotto la sua egida un carneade georgiano quale Leo Gabriadze tiri fuori un’opera teorica sul cinema, i social network e la Rete tutta, la più riuscita dai tempi di The Social Network, che essendo di Fincher assurgeva intrinsecamente a lectio magistralis. Unfriended è l’analisi lucidissima di come oggi si sta al mondo, virtualmente parlando: pensieri ed azioni in multitasking, azzeramento del tempo di reazione agli impulsi indotti, informazioni da gestire in flusso di coscienza.

unfriended-poster

E’ anche un film che sfida i limiti delle forme e dei formato, pensato per una fruizione multimediale dal grande schermo in giù, ma ideale da consumare su PC e Mac, in quanto la visione è in realtà un ininterrotto falso pianosequenza di videate: schermate Skype, Facebook, chat, browser Internet, accompagnate dai suoni universalmente familiari di chiamata e di contatto, con un effetto straniante e pavloviano sui videospettatori. La storia è solida, nei canoni dell’horror-thriller in versione 2.0: una adolescente suicida, povera vittima di cyberbullismo, qualcuno o qualcosa che usa i suoi profili social per tormentare ragazzi forse innocenti o forse no, ciascuno collegato da remoto, gioco al massacro con rivelazioni ed eliminazioni progressive fino alla nemesi finale, il tutto filtrato attraverso le webcam fisse dei computer dei protagonisti (in realtà è tutto girato con l’ausilio delle sante GoPro).

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Twist e colpi di scena sono in realtà attesi e prevedibili, ma ciò non rileva, la suspense è determinata dalla sfida reiterata all’interattività che pure sarebbe il cromosoma dell’Internet: in barba ai tentativi di smanettamento compulsivo, i ragazzi non possono abbandonare la videocall, non possono bannare né  segnalare account molesti a FB, non possono inoltrare e-mail, sono obbligati ad agire o costretti all’immobilità in base a ciò che guardano sul monitor. Non è virale la condivisione, virale – responsabile di contagio – è l’osservazione, lo sguardo è il solo fattore determinante, nessun refresh può influire sul decorso (in)naturale degli eventi: ecco che il punto di vista diventa il mezzo, ecco che il cinema riacquista la meritata sovranità.

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A questo esito avevano invano aspirato in molti, per esempio Nacho Vigalondo con Open Windows, finendo per perdersi in visioni posticce e superficiali. Unfriended nasce da un’idea di Gabriadze e del famigerato Tibur Bekmambetov (Wanted, I Guardiani del Giorno), il cui manicheismo post sovietico affiora qua e là nelle pieghe della sceneggiatura di Nelson Greaves, senza compromettere il risultato d’insieme.  In cantiere c’è già Unfriended 2, sia mai che Blum si lasci scappare l’opportunità di un altro redditizio franchise.

[Post pubblicato nel numero 155 di Nocturno]

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