Crimson Peak, di Guillermo del Toro


La nostra passione per Guillermo del Toro ha raggiunto e superato i confini della monografia, tutto il suo filmico abbiamo posseduto, anche il suo televisivo in toto magno cum gaudio, il letterario ancora no, forse un giorno. E da questo privilegiato punto di osservazione, quassù, sulla cima del picco, altissimi e purissimi, cantiamo le lodi di del Toro grande affrescatore, e le infamie di del Toro scialbo narratore, per questa volta almeno. Crimson Peak.

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Che si apre con una dichiarazione di amore che è una travolgente professione di fede nel potere della favola, nel racconto come astronave di parole per creare infiniti passati possibili. Dentro Zanzare, Faulkner vomitava rabbia contro il destino baro dei personaggi di carta, condannati ontologicamente alla coerenza comportamentale e psicosomatica, per sempre automi, replicanti degli umani non rappresentazioni degli umani, in quanto eterodiretti dagli autori demiurghi. Così è anche per i fantasmi cinematografici: privi dell’alea di un ghiribizzo, espressioni monocordi di uno stato d’animo o di un sentimento  portato al parossismo – il rancore, il dolore, l’amore, oppure, per dirla alla Docter-del Carmen, la paura, la gioia, la tristezza, il disgusto. Quando si guarda un fantasma sul grande schermo, dopo lo spavento animale ed i peli ritti di rito, bisogna capire la semplice rigidità della sua istanza, ed il gioco è fatto. Il che non significa che un fantasma malintenzionato cessi di far paura per il solo fatto di esser riconosciuto come malintenzionato, tutt’altro: la suspense, la prefigurazione di un evento tragico deterministicamente atteso, stempera l’angoscia ed accresce lo sguardo morboso disturbato perturbato dello spettatore.

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Edith (è India in Stoker) è la principessa tenuta avulsa dalla visione. Lei è costretta da altri a non guardare il corpo della mamma morta  di colera, le viene impedita la visione diretta, così sarà anche al cospetto del corpo di suo padre. Questo le comporta una difficoltà di visione sistemica introspettiva, non sa vedere o riconoscere le reali intenzioni di chi la circonda, sia costui vivente, come i baronetti maligni sospesi tra Cocteau Byron ed Henry James, o non vivente, come i fantasmi che appaiono a lei e solo a lei. Solo che del Toro determina sin da subito subitissimo le intenzioni benigne degli ectoplasmi, dalla genitrice scheletrita che mònita  prudenziale ai morti uccisi che vagano in cerca di vendetta, ed allora non c’è più paura, solo voglia di beare lo sguardo in una visione sublime. E lo sguardo si bea, tutto intero ed anche di più: la ricostruzione scenografica è mirabile in ogni suo punto, dai volti ai costumi agli interni agli esterni, dai cromatismi caricati in technicolor alla post produzione. Ogni cosa è illuminata, sfavilla, spicca, forse troppo: questa favola gotica è un sabba caleidoscopico di colori primari, sono tutti accesi, anche quelli neutri. Abbiamo celebrato del Toro come autore dal talento filologico, ogni sua opera appartiene ad un genere e lo elabora,  del Toro crea, non omaggia né stilizza. Qui allora vien da pensare che il gotico o il neo gotico dichiarati dissimulino il barocco arabesco che ha nel midollo messicano, la contaminazione latina o mediterranea che dissipa le nebbie d’Albione a forza di intarsi e volute, attraverso l’eccesso e la sovrabbondanza di elementi decorativi, il profluvio di oggetti meccanici animati inanimati sospesi tra Wunderkammer e cripta votiva alla Virgen di Guadalupe. Ad esempio il castello dei baronetti, per quanto mirabilmente costruito al modo di un paesaggio mentale, cuticola bucata innevata insanguinata. Presenta però  corridoi e stanze e profondità francamente incomprensibili (da noi non comprese), contenuti in scala esorbitante dal contenitore.

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Ci può stare, questo gotico latino vuole essere di atmosfera: magica questa atmosfera, chimica come le relazioni che si istaurano tra interpreti grandissimi, sopra tutti la solita Jessica Chastain sempre cangiante che ha girato il film in contemporanea con quel capolavoro di A Most Violent Year. Dietro l’atmosfera, o attraverso l’atmosfera, sentiamo però un senso di mancanza, la privazione di quell’emozionale che ci aveva incantati con il racconto del Fauno o del Diavolo o anche dello Strigoi o del Diavoletto fumantino. Non annusiamo la puzza di marcio delle stanze chiuse da secoli, non compatiamo i morti e la decomposizione  delle carni, non piangiamo lacrime per amori infranti: restiamo, insomma, al di là della quarta parete, fuori e sopra il racconto, la perfezione dello scrigno ci avulge dalla neve rosso cremisi, dall’archeologia nobiliare e industriale, dall’incesto e dal delitto passionale.

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E anche il sottotesto politico, che altrove era orgogliosamente dicotomico e antifranchista, qui sembra dissiparsi in un giro di valzer tra nobiltà d’antico lignaggio assassino e borghesi palazzinari del primo sogno americano, coatti ma ingenui e gentili. Il sospetto istintivo, il timore che l’età e l’aspirazione alla monumentalità produttiva possano sommergere il gioioso spirito anarchico di del Toro: questo è l’unico elemento che sa davvero atterrirci, in Crimson Peak.

Dal 24 febbraio Crimson Peak è in vendita per l’home video in dvd e blu-ray. Nella versine dvd gli extra contengono le scene eliminate, in quella blu-ray si spazia tra Luci e Ombre di Crimson Peak; Un Gotico Cucito su Misura; Mi Ricordo di Crimson Peak; Scene Eliminate; Introduzione al Romanzo Gotico; Un Essere Vivente; Attenti a Crimson Peak; I Fantasmi di Crimson; Commento al film con il Co-Sceneggiatore/Regista Guillermo del Toro.

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