La Suburra del cibo e dei sensi (seconda parte)


Il food porn, definizione di conio Usa, consiste nella rappresentazione ginecologica di cibi e pietanze ipercalorici, volta a scatenare il desiderio libidico compulsivo di chi guarda (banalmente, a far venire l’acquolina). Pensate ad esempio al trionfo di dolci cremosi e di turgidissimi dessert nel Marie Antoinette di Sofia Coppola, o alle preparazioni culinarie che guarniscono Io Sono l’Amore di Luca Guadagnino. Dire food porn, in estrema sintesi, è come dire raggiungere l’orgasmo (il piatto pronto da mangiare) attraverso estenuanti preliminari (la preparazione e la manipolazione delle materie prime), nulla più. Oggi tira più un pelo di cuoco che un carro di giumente, almeno in tv – medium pornografico per eccellenza -, indi anche sul web che ne divora e risputa i contenuti. Lo sa bene Trey Parker, il genio dell’animazione: in Craime Fraiche, episodio di Southpark andato in onda nel 2010, Randy è preda di un’ossessione erotica per i programmi notturni trasmessi da Food Network, li guarda senza sosta e cerca di replicarne le ricette, allarmando Sharon che scambia questa sua mania per un brusco calo di libido nei suoi confronti.

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Anche James Deen, uno dei grandi divi del nudo e crudo, si è abbandonato all’amplesso dei fornelli. Nel 2013, quando già rivolgeva il suo batacchio da rabdomante verso percorsi altri (The Canyons di P. Schrader), il buon James si lanciava anche in James Deen Loves Food, una web serie trasmessa sul sito hard Wood Rocket, 18 miniepisodi di ultimate porn food, porn food estremo in quanto dichiaratamente parossistico e non replicabile in privato (“Please don’t try what you’re about to see at home!” era il disclaimer iniziale di molti degli episodi). La serie si manteneva sempre rispettosissima dei limiti della censura (PG 13) e riduceva il suo potenziale esplosivo all’esibizione del pornodivo in mutande, che parlava con la bocca piena. Riusciva comunque a raggiungere la vetta dell’osceno nell’episodio Hungry for Justice, in cui Deen era ripreso in una cella carceraria, seduto sul cesso, intento ad ingozzarsi con gli stessi (ultimi) piatti consumati dai più feroci serial killer americani nel braccio della morte.

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Cattivo, cattivissimo gusto, destinato a sembrare bon ton britannico rispetto al famigerato 2Girls1Cup, un webtrailer della durata di un minuto trasmesso nello stesso anno e subito diventato uno dei fenomeni meme di tutti i tempi. 2Girls1Cup era il filmato di lancio dell’hardissimo Hungry Bitches, firmato da tale Marco Fiorito di Sao Paulo do Brasil: due ragazze e i loro giochini lesbici non convenzionali fino all’apoteosi, shitting, eating shit and vomiting in mouth, tutto zippato nell’arco di 60 secondi e lanciato in Rete. Oltre l’estremo, una visione freudiana, capace di scatenare incontrollabili neuroni specchio sulle più naturali e primitive delle pulsioni, tanto che le reazioni stesse di chi guardava divennero fenomeno webvirale. Poteva essere banale coprofagia, ma Fiorito, incalzato dalla censura e braccato dalle autorità, si affannò a giurare e spergiurare che trattavasi di semplice cioccolato di scena utilizzato nel più feticista dei modi, sesso e cibo, nulla più.

1 cup

Ci spostiamo allora su terreni meno puteolenti, da Sao Paulo a Rio de Janeiro, dal porno alla pornochantada, un genere di commedia picaresca imperniato su battute esilaranti, donne bellissime, apologia della gioia di vivere creola. Nel 1977 uscì Contos Eroticos, una pornochantada ad episodi: uno in particolare, Vereda Tropical, fece tanto scalpore che il film fu ritirato dalle sale per 2 anni. Diretto da Joaquin de Andrade, padre del Tropicalismo, Vereda Tropical narrava di un uomo e della sua irresistibile passione per un cocomero, lavato, intalcato, accarezzato, bucato e poi, ca va sans dire, trombato a sangue – a succo -, fino allo spolpamento postcoitale. Esilarante il connubio, il modo delle riprese (con inquadrature scabrose from the inside of the watermelon) ed anche lo sviluppo della narrazione, con il protagonista soddisfatto a girare in bici con un’amica per i mercati di Rio, intento a dissertare scientificamente sulle virtù e le funzioni d’uso di ortaggi e frutta tropicale.

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Il cocomero sverginato e spappolato in Vereda Tropical, ventotto anni dopo, è vivo e lotta insieme a noi. Il suo ritorno sulle scene non poteva essere più felice: appare tra le gambe di una attrice porno di Taiwan, sorta di equivalente in polpa scorza e succo dei pixel che censurano i genitali giapponesi. Il suo partner maschile si avvicina furtivo, lecca come leccherebbe un clitoride, poi ci affonda un dito, poi due tre, accelerando il ritmo furiosamente, fino a provocare l’orgasmo della donna, con succoso e potente squirt farcito di semi. L’uomo poi, le infila un pezzo di polpa nella bocca, il succo gocciola fuori dalle labbra, fino a cospargerle tutto il corpo, e lui non può che leccare avido. Per finire trombandosela con l’anguria in testa. E’ l’incipit de Il Gusto dell’Anguria di Tsai Ming-Liang, che si incazzerebbe di brutto se sapesse che abbiamo incluso il suo capolavoro in questo menu di sconcezze: il suo discorso è molto più radicale e disperato, nonostante le apparenze godereccie. Ma noi fingiamo di ignorarlo, e ci concentriamo sui ramen, che nell’olio bollente si gonfiano come un glande in erezione; fissiamo estasiati il primo piano del sughetto denso di gamberi e verdure versato sopra, che affonda sensuale e inesorabile, modellando i ramen come una mano che palpa un seno morbido. Spiamo le ombre della coppia di protagonisti, mentre mangiano e succhiano avidi i crostacei.

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Un pasto soddisfacente e spossante, tanto da finire con lui esausto sotto al tavolo, come dopo un lungo amplesso,a fumare una sigaretta tra le dita del piede di lei. Il Gusto dell’Anguria è tante cose, è anche musical, è anche distopia: l’acqua scarseggia e costa cara, mentre è incoraggiato il consumo del succo d’anguria. Come sempre, non c’è quasi nessuna comunicazione tra le persone, l’unico contatto sembra essere quello sessuale. Simulato, represso, disperato, appassionato, surrogato. Ed ecco quindi che la ragazza lecca la scorza di un anguria direttamente nel frigo, prima con dolcezza, poi ingorda: praticamente effettua un blow-job. Se ne va in giro con l’ingombrante frutto sotto la maglia, per poi fermarsi sulle scale di un pianerottolo, a simulare la gravidanza e il doloroso parto. Un altra pornoattrice, intanto, si masturba in scena prima con una zucchina, poi con una bottiglia vuota di plastica: il tappo però resta intrappolato nei meandri della sua vagina, e tutta la troupe si impegna per recuperarlo.

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E’ sempre lei, mentre ci avviciniamo al gran finale, a restare misteriosamente priva di sensi. La pornotroupe deve girare a tutti i costi, però, e così la ragazza si ritrova a recitare esanime, e suo malgrado le spetta il ruolo dell’anguria. L’attore che la tromba non guarda lei, ma la ragazza che osserva la scena da una finestrella e si masturba col tacco di una scarpa, fornendo un involontario e provvidenziale doppiaggio. La comunione avviene attraverso la finestrella, nella quale lui infila il pene nella bocca di lei, un attimo prima dell’orgasmo. Se non è acqua, se non è succo di anguria, allora deve essere sperma. A drink, mate?

 

(restate a tavola, continua)

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2 pensieri su “La Suburra del cibo e dei sensi (seconda parte)

  1. divertente questo escursus nel Food Porn.
    Personalmente avrei citato anche la Grande Abbuffata, che del Food Porn estremizza l’atto fino alla morte nella sua estrema funzione, quella del godere mangiando

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