La Suburra del cibo e dei sensi (terza e ultima parte)


Dal cocomero al kiwi, the bittersweet fruit nel film Singapore Sling di Nikos Nikolaidis (1990). Qui occorre poggiare un attimo le posate, alzarsi in piedi e genuflettersi, stiamo parlando di un capolavoro assoluto. Ascritto per convenzione al genere del supernoir, o postnoir, o neonoir, Singapore Sling è un’opera disturbata, radicalmente perturbante indi intrinsecamente politica sulla cultura fallocentrica, sulle convenzioni sociali, sulla perversione dei rapporti di potere. Nikolaidis pare Joseph Losey pervaso dallo spirito di Tinto Brass, inscena una sarabanda di rapporti sessuali politicamente scorretti in cui due assassine seriali – madre e figlia – abusano mascolinamente di un detective narcotizzato, con tanto di copule intrafamiliari ai limiti della sevizia, torture (waterboarding, elettroshock), umori e sontuosi culi femminili a dominare le scene, fino alla nemesi del maschio represso/soppresso ed alla tragica, affilatissima ecatombe. Il culmine, ovviamente, è quando il sesso incontra il cibo: le due ingozzano a più riprese il prigioniero paralizzato, schiaffandogli in bocca grumi di cibo, poi d’un tratto la figlia agguanta un kiwi, se lo strofina dappertutto fino a spiaccicarselo sulla clitoride, per continuare a masturbarsi fino all’orgasmo.

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Sesso e cibo. Sesso è cibo, cibo è sesso. In 301, 302 di Park Chul-Soo (1995) le due donne protagoniste abitano in appartamenti vicini, praticamente appiccicati. Una non riesce ad ingerire nulla ed evita qualsiasi contatto fisico con chicchessia. L’altra è una cuoca eccellente e libidinosa, sceglie al mercato il meglio, tastando e selezionando crostacei, molluschi, polli, verdure, tutti gli ingredienti devono essere freschissimi e se possibile ancora vivi, le sue ricette impeccabili si susseguono senza sosta. Se l’anoressia della prima origina negli abusi sessuali del patrigno pedofilo (che avvengono tra un quarto di manzo e maiali penzolanti: l’orco è anche un macellaio), l’ossessione per cibo e sesso dell’altra è stata la causa della fine del suo matrimonio: “ti piace quello che ti ho cucinato? Com’è? Davvero ti piace? Com’è? Davvero ti piace? Facciamo l’amore? Facciamo l’amore? Hai ancora appetito? Ti preparo qualcos’altro?”. Il maritino non ne può più di questo ossessivo e interminabile refrain, della sua cucina e del suo corpo, e comincia a tradirla. Lei reagisce come può e sa, sfogandosi tra i fornelli, maneggiando zucchine e tutto il resto invece del pene coniugale. Cucina e mangia, cucina e mangia, ingrassando sempre più, fino a servire in tavola un prelibato soufflè all’ormai distante maritino, ripieno di quello che era il suo adorato cagnolino (ricordate il povero Pierugo della signorina Silvani?).

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A divorzio avvenuto, la cuoca golosa (tutta bocca e vagina) si lancia nella sfida di riuscire a rimpinzare la vicina, ascetica modella ectoplasmica, che vomita solo a sentire gli odori dei suoi manicaretti, ma non la respinge, in fondo al suo stomaco (vuoto) sa di aver bisogno dell’intrusione. Le due donne sono fatalmente destinate a tirar fuori l’una il peggio (o il meglio?) dell’altra. E la cuoca ne prova di ogni, le sue avances culinarie sono instancabili (compreso un tentativo di far ingerire a forza foglie di cactus con salsa alle fragole, efficacissimo surrogato alimentare di uno stupro), ma l’esito è sempre lo stesso: il cestino dei rifiuti o la tazza del cesso. La sua missione può andare in porto in unico modo, l’unione dei due corpi è inevitabilmente possibile solo con una ridefinizione dei ruoli: una mangia l’altra. In una cenetta a lume di candela sensuale, tenera e suggestiva. Uno spezzatino umidiccio e saporitissimo, per una comunione definitiva, parente non troppo lontana dello spirito che impregnava il capolavoro di Marina De Van, Dans Ma Peau.

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Nel 2013 la cuoca ritorna con le fattezze da sexissima milf di Heather Graham (esagerata, kitsch, eccessiva: guardandola avrete la sensazione di sentire un fortissimo odore di lacca), e la vicina diventa giustamente Saffron (Carrie-Anne Moss), in Compulsion, un remake sorprendente realizzato dal canadese Egidio Coccimiglio che la butta in dark comedy dal forte sapore camp, riequilibrando la ricetta per i palati occidentali: la carrellata di cibi cotti e crudi della scena iniziale è erotismo spinto, da bava alla bocca, puro gourmet food porn. La Graham distesa sulla tavola apparecchiata, con le gambe aperte, un vestito leopardato e scollatissimo e tacchi vertiginosi, mentre il maritino si dedica ad un sentitissimo cunnilingus nel bel mezzo di una cena: questa è di certo l’estasi suprema per la mogliettina e le sue ossessioni/compulsioni, e anche per i nostri occhi affamati. Rispetto all’originale, qui il disgusto è solo una piccola ombra sepolta dal sapore satirico e dalle tette di Amy/Heather, che sogna infatti di diventare Antonella Clerici. Quando l’unione dei due corpi femminili è celebrata in una patinata scena di sesso, non può mancare la frase “mi piace il tuo sapore”.

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La comunione definitiva, anche se forzata, provoca invece soltanto disgusto e (finalmente) silenzio in Albert, logorroico brutale e volgare ladro, costretto a mangiare il cadavere dell’amante intellettuale di sua moglie, frustrata e sottomessa, cucinato dal cuoco raffinato guardone e complice. E’ Il Cuoco, Il Ladro, Sua Moglie e L’amante, il miglior film di Greenaway, invettiva politica e feroce del 1989. Gli amplessi clandestini avvengono nel bagno e nella dispensa, mentre i coltelli vengono affilati, lattughe peperoni e radicchio sminuzzati, tra un antipasto e l’anatra all’arancia, tra il dessert e il caffè. Scoperti, gli amanti fedifraghi si nascondono nel congelatore prima, e in un camion pieno di viveri marci e puzzolenti poi. Un ottovolante delizioso e nauseabondo tra alta cucina ed escrementi, passioni e disgusti, corpi vivi e morti, crudi e cucinati.

il cuoco

A questo punto, suggerirei di darci tutta una sistemata.

ottobre

Noi restiamo qui, nel buio dietro questo pulmino-rosticceria abusivo (si, il famigerato Pane e Merda), voi ripulitevi dalle macchie di vomito e chissà che altro, mandate giù un po’ di acqua e bicarbonato, se non basta cacciatevi due dita in gola e via. Appena siete tutti pronti, attraversate la strada, tornate nella luce e nella movida, e accomodatevi a quel tavolino liberò laggiù. Sorridete tranquilli e fate finta di apprezzare (se mostrate anche una punta di imbarazzo ancora meglio) le scene “hot” di Nove Settimane e Mezzo, Come l’Acqua per Il Cioccolato, Flashdance, pensate senza vergogna alla giovanissima Phoebe Cates ed alla sua fellatio ad una carota in Fast Times at Ridgemont High. Potete anche ammiccare alle signore sedute al tavolo vicino, senza fare troppo caso alla melanzana che è appena scomparsa sotto la tovaglia.

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Ma non ordinate ravioli, vi prego.

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