Liza, the Fox-Fairy. In nome del pop giapponese.


Budapest, 1970. Liza, giovane badante della vedova dell’ambasciatore giapponese, vive nella costante compagnia di Tomy Tani, fantasma di un cantante pop nipponico degli anni 50, e sogna di trovare il grande amore. Impresa ardua, in quanto l’ectoplasma canterino è gelosissimo, e fa strage di chiunque romanticamente o rudemente le si avvicini, piombandolo in una serie di sfortunati eventi. Non bastasse, Tomy convince la giovane sognatrice di essere vittima di un antico incantesimo giapponese, di esser cioè una fata volpina, un demone destinato ad uccidere chiunque tenti di congiungersi con lei. Liza è disperata, il suicidio sembra l’unica via di salvezza, verso un altrove in eterna compagnia del neomelodico dagli occhi mandorla, ma un tenero ispettore di polizia, fanatico di musica pop finlandese, si innamora di lei e cerca di sottrarla alle insidie del fato e dello spiritello concupiscente. Stropicciatevi gli occhi, ridete, ammirate, questo è Liza, the Fox-Fairy, di Károly Ujj Mészáros.

liza the fox fairy

Che è premiatissimo nei festival di tutto il mondo (Fantasporto Porto, Fantaspoa Porto Alegre, Nocturna Madrid, International Film Festival Seattle, Fantastic Fest Austin), sconosciuto in Italia, almeno fino a questo post. Il regista è un ungherese esordiente, ha cominciato a svluppare il progetto all’Atelier della Cinefondation di Cannes nel 2010. L’Atelier è stato creato nel 2005 per stimolare le coproduzioni e sostenere l’affermazione di una nuova generazione di cineasti. Tra i 141 progetti sostenuti, 85 sono arrivati nelle sale e 44 sono attualmente in pre-produzione. Quindi c’è la Francia di mezzo, e nel film c’è specificamente l’influenza dell’opera del primo Jeunet, quello di Delicatessen, di cui viene ripreso lo sviluppo condominiale multilivello del racconto, che si svolge principalmente in due appartamenti. La giovane protagonista è una Amelie fortunatamente meno consapevole, nel senso che non ammorba il mondo con la sua stucchevole joie de vivre e la sua intrusivissima intraprendenza, ma se ne sta rintanata a trastullarsi e perdersi tra le pagine di un feuilleton giapponese, limitando le scorribande nel mondo esterno a poche gastronomiche sortite in un fast food, sorta di McDonald new optical ante litteram in quanto si è nell’Ungheria sovietica.

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C’è Jeunet e c’è anche tantissimo Anderson, Wes Anderson, nell’importanza narrativa degli oggetti inanimati, nella cura maniacale di dettagli e messa in scena, nei costumi, nell’atmosfera generale di trasecolata irrealità. Il manierismo incombe su chi omaggia i suddetti manieristi, ma Mészáros riesce ad ovviare con l’originale rappresentazione esilarante dell’iconografia nipponica di riferimento, tra scritte ideogrammatiche che partiscono i capitoli, geishe magiare e foreste all’ombra del monte Fuji ricostruite nell’Est Europa. Soprattutto, la narrazione è pervasa da una sottesa pulsione erotica più che sentimentale o romantica d’accatto, che esplode nella vista finto ilare di nudi di donna, nel sesso urlato e rimbalzato su un megapallone rosa shocking, nella metamorfosi della protagonista che da Cenerentola qual era si trasforma in epigone di Nancy Sinatra grazie alla lettura di Cosmopolitan.

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Cosmopolita è l’approccio al cinema diMészáros, capace anche di guardare al noir in stile fratelli Cohen nella costruzione dei personaggi, in specie gli stolidi poliziotti e l’investigatore dal cuore d’oro e le mani da aggiustatutto, senza mai perdere la bussola della connotazione originale e territoriale.

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Liza, the Fox-Fairy è già nel nostre cuore, e lo è ancor di più il fantasma canterino,di Tony Tani, esistito davvero negli anni 1950 e 1960, cantante noto per la sua mescolanza di elementi provenienti da diversi stili come il Mambo, Cha Cha Cha con la musica tradizionale giapponese, reinterpretato fedelmente per la colonna sonora del film da Erik Sumo & the Fox-Fairies. Cliccate qui per ascoltarla, e Doki Doki a tutti.

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