Parasyte: Part 2. L’invasione dei parassiti, la guerra di civiltà


Li ospitiamo controvoglia, il più delle volte a nostra insaputa. Sempre a nostre spese, e ne usciamo ogni volta indeboliti. Se ne usciamo vivi. Non è detto che ci tocchi ospitarne soltanto uno per volta, questi parassiti non conoscono la vergogna e possono avere la faccia tosta di presentarsi in tre, quattro, cinque, tutti insieme.  Ci rubano quello che per noi è più prezioso, ci rubano la linfa vitale, la mamma, la casa, il lavoro, e mirano a rubarci anche i posti di potere. Vogliono eliminarci, spazzarci via dalla faccia della terra. Si intrufolano nel nostro mondo, arrivano via mare, o stipati dentro grandi container, strisciando nelle tenebre studiano le nostre usanze, la nostra cultura, per potersi insediare indisturbati e tramare nell’ombra. Puoi smettere di eccitarti, razzista che non sei altro, non sto parlando di quello che pensi tu.

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Parasyte è un blockbuster mastodontico della durata di quattro ore, diviso in due parti, che frulla insieme il body-horror e la commedia più nera e grottesca, il consueto melodramma nipponico con riflessioni sci-fi semplici e ineccepibili su ambiente e sovrappopolazione planetaria, senza lesinare in squartamenti, mutazioni e amputazioni. Tutto dentro una sceneggiatura elementare ma ricca e inattaccabile, che segue – pur in maniera splendidamente nipponica – il canovaccio delle origin stories dei film supereroici.

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Il film (qui trattiamo la seconda parte di un corpus unico, chè quello è anche se tagliato in due, cosa che accade pure a parecchi corpi umani nel corso della pellicola) è tratto da un manga di enorme successo uscito in Giappone tra il 1989 e il 1995, e ha rischiato di essere realizzato a Hollywood. Uno studio americano ne aveva opzionato infatti i diritti, ma non ne è scaturito nulla di concreto e la materia è stata consegnata nelle mani di Yamazaki Takashi, mago degli effetti speciali e regista di successo. Pare, si dice, si mormora, che addirittura James Cameron avesse messo gli occhi addosso al manga, e non è escluso che possa aver ispirato e influenzato la natura del T-1000 in Terminator 2. Interpellato al proposito, Yamazaki afferma che Parasyte non ha attecchito a Hollywood per la sua natura difficilmente plasmabile da mani assegni e cineprese occidentali e cristiane: il bene e il male qui non sono schierati chiaramente, ci sono parassiti che si comportano istintivamente in maniera più etica e corretta di parecchi umani. Ad aggravare il processo di Hollywoodizzazione ci sta pure una valanga di riferimenti al politeismo.

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Ovviamente i fan del manga (e dell’anime) sono saliti sulle barricate, esattamente come è successo per Attack On Titan. E ancora una volta, sotto lo sguardo di noi profani, Parasyte sta in piedi da solo, eccome. Della prima parte già hic optime parlammo, la seconda rischia di finire nella dikotop ten movies 2015.

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Ciò che più ci ha impressionato, infatti, è il suo essere orgogliosamente demodè, il rifarsi dichiaratamente alla fantascienza filantropista degli anni 50 a stelle e strisce, mischiando il monito interstellare dell’Ultimatum alla Terra con il contagio letale e giustizialista de L’Invasione degli Ultracorpi. Qui, come nel remoto passato cinematografico, si parla non (solo) di esseri umani ma (anche) di essere umani, di speranza e di convivenza possibile e di futuro. Qui l’orrore genera lirismo, l’adrenalina e la suspense vengono contenute da monologhi o dialoghi di spiccia filosofia esistenzialista, incuranti del ritmo e dei tempi dell’azione. Occorre inoltre rimarcare quanto l’opera sia multilivello, presentando uno zenit per ciascuno dei livelli toccati, l’antipolitica, l’amicizia, la maternità, l’amore ad esempio, e al tempo stesso quanto essa sia univoca e coerente nella raffigurazione simbolica, con gli eroi a loro insaputa a cercare di sopravvivere in bilico su un ponte, o sul fuoco di un termovalorizzatore, o sul terrazzo di un grattacielo. E se politeismo, come dicevamo, deve essere, che politeismo sia, con la grandiosa tragicità delle figure femminili sanguigne salvifiche sacrificali. Messa in scena visionaria e rigorosissima, satira politica e sociale, azione e commozione, a fronte di una distribuzione cieca che mai, ne siamo certi, porterà il (i) film nelle sale nostrane, chè in provincia non è più tempo di Giappone. Quali siano i veri parassiti, ditelo allora voi.

 

 

 

 

 

 

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