Dheepan, di Jacques Audiard. Sotto la Palma d’Oro, la tigre è ancora viva


Quando la più parte della vita reale, in termini di tempo e di interessi, è spesa nel fano del proprio mondo virtuale, accade che si travisino taluni eventi, che si credono esser sacrali dirimenti esiziali ed invece finiscono per rivelarsi effimeri, ininfluenti, occasionali. A chi vi scrive pareva infatti che la Palma d’Oro fosse destinata a rifulgere a lungo, nella dialettica virale prima, nelle sale di cinema poi, e mai sicumera fu più fuorviata e ingannevole. Dheepan, di Jacques Audiard.

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Una Palma d’Oro, un grande moderno regista, un tema trito ma riveduto e corretto avrebbero dovuto, dalla mia prospettiva distorta, garantire al film, non dico il grande successo commerciale, ma barlumi, spiccioli di visibilità, questo almeno si. Emerge invece che l’opera è stata distribuita poco e male sul territorio nazionale, quasi clandestina come clandestino è lo status dei suoi protagonisti. Recrimino su questo, e affermo senza tema di smentita che Dheepan è una visione pregevole, espressione di un’idea di cinema in cui il racconto è parimenti per immagini, per corpi, per parole. Anzi, sarebbe più corretto parlare al plurale, questo i racconti sono, infiniti racconti possibili che si assemblano incidentalmente lunga una traiettoria occasionale. L’occasione è una guerra ovviamente dimenticata – da raccontare quindi -, quella dei tamil dello Sri Lanka, l’incidente sono tre estranei superstiti che cancellano il loro passato per scrivere – vedere, narrare, raccontare – un futuro possibile, per farlo si appropriano di altre storie – passaporti di persone morte – e volano nella Fortress Europe, nella Parigi ante Bataclan. La città li accoglie, non con ostilità ma con indifferenza, insensibile all’epos immaginario di profughi falsamente identificati, e non chiede verità, ma sostenibilità, cioè che la ragione da inventare – da raccontare – per il permesso di soggiorno sia plausibile, socialmente utile.

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Accade però che la fantasia tendenziosa si imponga sulla realtà e che i tre estranei – soldato sconfitto, donna nubile, bimba orfana – si trovino ad impersonare nel reale il nucleo familiare che doveva essere solo virtuale. La quotidianità pseudo familiare sarebbe vita di ghetto in una Scampia d’Oltralpe ma con casa e istruzione e lavoro dignitoso – guardiano che guarda e racconta e badante che bada e racconta-, un deja vu nel cinema recente europeo con poche varianti collegate alla nazionalità percettiva dei vari registi, ma Audiard non è uno qualsiasi dicevo, è un manipolatore dei generi cinematografici, lui prende i tre famigli e li precipita dal proprio ad altrui racconto, una storia di crimine e capibanda suburbani. Lo fa servendosi di tutti gli elementi possibili, incursioni del surreale, scene di azione dove al culmine la trance agonistica del guardiano furioso è trance registica della macchina da presa, riempie di senso potenziale il non detto dei fuoricampo.

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Con tante braccia quante il dio Ganesh, Audiard dheepana dheepan, scioglie i nodi delle diramazioni consolatorie e precipita tutto verso l’unico racconto possibile, la violenza cieca che è gelosia è vendetta è tabula rasa quindi antitesi del racconto come atto creativo, infatti obnubilata dal fumo denso che avvolge i corpi come cremati su pira funebre. Il film diventa opera universale perché libero da letture preconcette, circonfuso di empatia quintessenzialmente umana e non ideologica né moralista.

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Provocatorio, poi, è il falso finale parossisticamente consolatorio, non plausibile perché questa storia non edifica con lieto fine, semplicemente non finisce, in eterno ricomincia, dovunque.

 

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