Tag. Sion Sono trionfa al Fantasia Festival


Miglior film. Migliore attrice. Non basta, anche una menzione speciale per il monumentale, creativo, sorprendente massacro nell’incipit del film. Pubblico in visibilio, al Fantasia Festival di Montreal, Canada. Zeru tituli, recensioni sprezzanti, tra il compassionevole ed il paternalista, pubblico tiepidino. Al Torino Film Festival di Torino, Italia. Che ci sia una dicotomia tra il gusto degli altri e quello nostrano, è da secoli acclarato, nondimeno sentiamo di schierarci con i figli dell’Acero, e di celebrare, frementi e piangenti, questo Sion Sono, questo Tag.

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Tra tutte le professioni, quella di laicità è senza dubbio la più ardua, l’aspettativa è mala consigliera al pari dell’abitudine, e non tollera diversioni o regressioni. E’ accaduto quindi che Sono, regista punkissimo per sua stessa dichiarazione di intenti, sia stato bollato per un’accoppiata di titoli, Tokyo Tribe e Why don’t You Play in Hell?: il fumus celebrationis iniziale li celebrava come irresistibili e gioiose sarabanda, salvo poi dissiparsi e lasciare il campo a tanti occhi lucidi e persecutori, che riconoscevano in questi gargantueschi esperimenti di yakuza hip hop street fighting una mimesi parvula e leziosa dell’amato-odiato Takashi Miike. E’vero che Sono ci ha messo del proprio, parlando a più riprese di svolta commerciale e di bisogno di evasione dai capolavori totali del suo passato prossimo, ma la consapevolezza autocritica ed il nichilismo provocatorio autoriale non sempre sono graditi a chi vive di vitelli d’oro. Anche noi, lo confessiamo, abbiamo accolto Tolyo Trybe e l’altro come dispetti, abbiamo vacillato nella nostra più profonda laicità, forte è stato l’impulso di marchiare d’infamia l’autore. Adesso finalmente è tutto passato, abbiamo lavato la nostra coscienza con il sangue schizzato da mille e mille corpi di donna, siamo in pace con Sono e col suo cinema. Che sicuramente è mutato come investito da tempesta radioattiva a seguito di Fukushima, la catastrofe psicocosmica che ha costretto Sion – lo ha dichiarato più volte – a mutare la sua visione del mondo. Sono quindi è, oggi, contaminato dall’uranio arricchito non impoverito, di differente ideologia. Tag. Ecco una storia senza baricentro, costruita centripetamente e centrifugamente attorno al sesso femminile, a vite spezzate, a corpi troncati, a universi paralleli in cui la condanna è l’essere “fimmina”.

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La protagonista cangiante è Mitzuko, Keiko, Izumi, sempre final girls, sempre di corsa e in fuga, da sola o in band apart, il suo nemico è l’aria stessa, il vento che accarezza l’erba, oppure il maschio porco che la vuole impalmare, oppure ancora altre donne, educatrici nell’accezione etimologica di coloro che traggono fuori, portano via da qualcosa, dalla fanciullezza nello specifico. Se il massacro nell’ouverture, menzionato con lode al Fantasia, può sembrare gratuito, il femminicidio di massa a scuola è nitidamente esegetico, si sterminano fanciulle allo sbocciare della maturità sessuale, donde i tanti giochi di parole ed i riferimenti ai giorni neri come giorni del ciclo mestruale, del sangue fertile che irrora ed atterrisce.

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La vita è surreale, dice a Mizuko una mentore/amica, non bisogna farsi consumare da essa, ma sconfiggerla: la dichiarazione di guerra non è all’immaginario o all’onirico, ma al sistema dei pregiudizi, alla cultura maschilista che è essa stessa surreale in quanto sopra la realtà, letalmente praxipoietica. Anche la religione è sur-reale, da sempre Sono riflette ed immagina sui simboli sporchi del cattolicesimo, in tag arriva all’apoteosi, la celebrazione di un matrimonio che è funerale, tra sguaiatissime streghe in bikini e perizoma, vacche da monta e da latte che sono come Priapo vuole e immagina. Figurine cioè, immaginette ieratiche come anche le adolescenti in gonnellino svolazzante e mutandine rosa, Mitzuko corre e cambia volto cambia avventura ma non pare esserci via d’uscita, né scappare, né combattere, arrendersi può solamente.

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Ma è lì, nell’estrema resa, quando giacere nel talamo e accoppiarsi con dolore sembra la via, è lì che si compie la sovversione, il rifiuto del dominio della lotta, e nel seppuku finale, terminale, surreale, nel ripercorrere Via del Suicide Club si celebra lo sberleffo, il rifiuto catartico di ogni futuro possibile. Il gioco è finito, il mondo surreale è finito, resta l’Inferno. Why don’t you play in Hell, once again?

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