A Bigger Splash. Ci meritiamo Luca Guadagnino


Sale vuote, di più, desolate. Un disastro sin dal primo giorno di programmazione, il che significa che nessuno ha visto questo film, no, non è colpa del passaparola. Meglio, non della passaparola tra spettatori, i critici infatti si erano già espressi ai tempi del festival di Venezia. Poche parole di miele, tantissime parole di fiele, sull’autore, sui suoi natali, sulle sue opere precedenti. Un fumus persecutionis come non si vedeva da tempo, attizzato ancor più dalla posizione stregonesca assunta dall’esecrato sui fruitori di serie tv, considerati una subspecie di guardoni seriali. Noi, comodamente assisi sul nostro laicisssimo laidissimo trono, abbiamo deciso di fottercene, degli autodafè, dei dicitur, di traditur, dei caveat, noi abbiamo compiuto l’ultimo, vero, clamoroso atto sovversivo in Italia. Noi, amici, abbiamo visto al cinema A Bigger Splash, di Luca Guadagnino.

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Che è un film italiano, quindi finanziato da molte borse, in primis dalla Sicilia Film Commission, meno prodigale ed intrusiva di altre istituzioni consimili, ma pur sempre turisticamente  tendenziosa anziché filantropica. La storia quindi è ambientata in un’isola, non nella Sicilia continentale, nella Trinacria che è in qualche misura accessibile ed immaginabile da un ceto medio di vacanzieri nazional popolari, l’isola in questione è siciliana ma non sicula, è Pantelleria, a world apart. Esclusa ed esclusiva, porta chiusa sull’ignoto spazio profondo del Mediterraneo, buco nero in cui gli estremi si attraggono, da una parte gli straricchi ad oziare nei dammusi, dall’altra i profughi a strisciare sui tratturi, dimensioni parallele che rinviano all’infinito la possibilità dello scontro. Pantelleria, prima ancora che magica, è pertanto un’isola folle, non stupisce quindi di ritrovarsi precipitati in una storia di una rock star senza voce, a riposo sotto le amorevoli cure del suo toy boy, che un giorno accoglie nel buen retiro l’esorbitante ex, produttore amante protettore, e la sua figliola sexy teen in piena tempesta ormonale, non stupisce nemmeno che il quartetto così eterogeneo dia vita a situazioni imprevedibili tendenti alla fatale conflagrazione. Ciò che stupisce è che i protagonisti di questa storia siano stelle di primissima grandezza, mica facce da fiction o paladini sghembi di dialetto e campanile.

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La stella sopra è Tilda Swinton, Tilda in the sky with diamonds, una dea, un’icona polimorfica, un corpo capace di percorrere le visioni di maestri coreani, inglesi, americani, ora anche italiani. Maestro pare infatti Guadagnino nel rappresentarla in una dimensione ibrido angelicata, dove l’assenza di voce, contrappasso professionale per una cantante, sprigiona i territori del volto e dei gesti, rendendoli mirabolante oggetto di desiderio per chi guarda. Nel suo cielo c’è anche Amon Goeth, alias Ralph Fiennes, che parimenti si offre nudo ed estremo, eccessivo fin quasi all’autodistruzione filmica, senza tema di lesa maestà attoriale tanta è la fiducia in chi lo dirige. Accanto ai top players, un tumultuoso Matthias  Schoenaerts e Dakota Johnson, vetta sublime di sensualità, donna e futuro, che occupa spazi geometrici come le spring breakers di Harmony Korine, contiene la stessa tensione attrattiva inglobante anche solo con una mano posta (im)pudicamente sulle gambe accavallate. La storia ha il respiro del cinema altrui, francese nell’ispirazione, britannica nella musicalità, americana nella laconicità dei dialoghi chiave che pur non si dimenticano, tra tutti il riferimento all’Europa come unica grande bara, all’arroganza che impedisce di subire dipendenza, all’impossibilità tautologica di offendere chi  – i profughi, gli sbarcanti, i dead men walkers – è umiliato e offeso oltre ogni diritto naturale. Gli ambienti sono concentrici, si parla di gente che nell’ìsola si circoscrive, vive nelle dorate stanze o sul bordo di una piscina, cerca sempre e solo la relazione tra consimili. Il mare che come il vento permea l’ambiente è qui elemento repulsivo di fatto assente, subordinato all’amnio dell’acqua clorata o del lago incantato dove l’adulterio si compirebbe. Forse, perché il fuori campo rileva tanto quanto gli esibizionismi mostrati, e sta bella società farsescamente rappresentata sa elevarsi a molteplici dimensioni simboliche, politiche, sociali, generazionali.

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Guadagnino costruisce la sua possibilità di un’isola, incappando certo in qualche errore di percorso, il più grave – per un pubblico italiano – è il ruolo del brigadiere Corrado Guzzanti, gratuito e cacofonico anziché no. Ciò non diminuisce la portata della sua visione, la capacità di pensare in high concept sfidando impunemente fini dicitori autarchici e sepolcri imbiancati pariolinici. Chiunque non si conceda la possibilità di giudicarlo, vedendolo e non solo ascoltandone, si merita Nanni Moretti. E Margherita Buy, appresso.

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