In the Heart of the Sea, di Ron Howard.


In sala eravamo 5, come e meno della volta precedente, quel film si chiamava A Bigger Splash, ed anche questo a ragion veduta dovrebbe potrebbe chiamarsi così, perché la pinna infernale è in perpendicolo fuori dall’acqua per alcuni istanti, subitanea frusta l’aere e l’Oceano tutto in grande esplosione di onde. La coda, il colpo di coda, i titoli di coda, ognuno ha la sua ossessione, così io e quegli altri quattro in sala, soli tutti, incredibilmente soli, pareva il cinema diventasse rito ultimo di purificazione e mai più rito ciclico di socialità. Una menzogna purtroppo, lo spaesamento indotto dallo spettacolo in ora domenicale postprandiale, moltitudini ciarlanti allo spettacolo successivo, ed io che ero naufragato nella solita illusione. Conoscere l’inconoscibile, attraverso gli occhi e la parola, qui è l’arcano. Into the heart of the sea, di Ron Howard.

HEART OF THE SEA

Che è il film più sfacciato del 2015, impudico, maramaldo, eroicamente demodè. Ha infatti la presunzione di portarci non indietro nel tempo, ma all’origine dei tempi, quando una neonata nazione bastarda vagiva spaventata dai suoi stessi leviatani, creature mostruose fuori dalla grazia di dio (quale dio?) che mettevano a repentaglio la sua esistenza, nel contempo le permettevano di continuare ad esistere. Prima degli zampilli d’oro nero, era l’olio di spermaceto ad illuminare strade e case, a nutrire i commerci e ricchezze di certi sciagurati nobilastri armatori. Illuminare le vicende, ben poco epiche, di un’onorata società paleocapitalista, imperversante sui mari e fondata sui bigliettoni verdi della menzogna, questo fa Howard, incurante dei nuovi codici del racconto imposti al cinema dalla deriva del tolkienismo, blasfemo nel solcare acque filmiche di un passato glorioso. La menzogna, la mentira gli preme, connaturata alla tradizione orale dei racconti marinareschi, dove la parola celava misteri anziché disvelarli e la realtà era un gorgo in cui gli equipaggi e le genti si perdevano. Conoscere l’inconoscibile quindi come impresa prometeica, attraverso la parola – da cui scaturisce la visione fantastica-, le confessioni estorte a chi era lì o giurava d’esserci stato;  documentare l’indocumentabile attraverso il sublime atto creativo di un regista come di uno scrittore, altra fantasia versata nell’oceano delle menzogne. Alla fine di tutto, o all’inizio, il rapporto di ogni uomo con l’orrore dell’esistenza, ognuno da solo, in sala o per mare, davanti alla sua balena lunga cento piedi o forse più.

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Qui una digressione è d’uopo: chi vi scrive ha cercato il suo Titano, ha nuotato con lo squalo balena nelle calde acque del Golfo del Messico, si è imbarcato per trovare balene al largo della penisola di Tadoussac, le ha trovate ma mai con esse ha trovato la pace, chè forse avrei dovuto uccidere la madre di tutte loro, la più piccola, quella che riposa nel suo bicchiere.

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Ma se tutto passa qui, se la caccia alla balena è l’uomo vs l’orrore dell’esistenza, in questa visione palingenetica di Howard vengono a confluire le acque di Melville, chiarissime, è quelle di Conrad, cupissime. Non a caso il titolo originale richiama il cuore di tenebra calandolo degli abissi. Moby Dick come Kurtz alla sorgente del fiume, la più temuta e attesa delle rivelazioni. Il regista sceglie di non diventare mai, veramente o mentitamente, universale, gli interessa il particolare, il Paese che brandisce la libertà dell’individuo come un gonfalone ed è invece fondato sulla più brutale delle leggi di natura, il più forte che mangia il più debole, il simile che sbrana il suo simile, uno scimmione che brandisce una clava d’osso, un petroliere padre fondatore che alza al cielo un birillo insanguinato, o è una vertebra di balena, non ricordo più. Singolare, ma nemmeno poi tanto, che il protagonista di questa farsa estrema sia Chris Hemsworth, colui che nelle vesti del figlio di Odino impugnava il sacro martello giustiziere.

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Si dirà tanto e male, il peggio si è sempre detto sul cinema di Hollywood, dei blockbuster e dei colossal, e Howard è pienamente padre e figlio di quel cinema di marionette e figurine. Qui questo non rileva, il cinema tutto è finzione, l’inganno di grandiose immagini che proteggono lo spettatore inerme, come un amuleto contro l’oscurità liquida infernale della sala.

 

 

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