Tributo a Wes Craven. Nine and ten, never sleep again


Consapevolmente, le dita adunche di Gary Wright spalancarono le porte del pop al sintetizzatore. Inconsapevolmente, la canzone più famosa di Wright, Dream Weaver, spalancò le porte dell’inferno agli spettatori di tutto il mondo, avendo il suo testo originato l’idea seminale di Nightmare on Elm Street (“I’ve just closed my eyes again, climbed aboard the dream weaver train, driver take away my worries of today, and leave tomorrow behind”). La canzone era del 1975, il film del 1984: in questo intervallo, il Los Angeles Times aveva dato notizia di uno strano fenomeno, la Sindrome da Morte Asiatica, in riferimento ad una serie di inesplicabili decessi nel sonno di uomini tra i 18 ed i 55 anni, di etnia Hmong, rifugiati negli USA per salvarsi dai bombardamenti in Cambogia. Gli sventurati palesavano una sintomatologia comune, con attacchi di panico e crisi isteriche che esplodevano al momento di coricarsi, tanto che rifiutavano di farlo e di addormentarsi in modo naturale già alcuni giorni prima del decesso.

Nightmare01 Il democrat Craven fu molto colpito dalla notizia: ai tempi del Wheaton College aveva patito un’altra sindrome di origine ignota, la Guillain-Barre’, che lo aveva costretto a letto, semiparalizzato, per un periodo continuativo di un anno o poco meno. Intervistato sulla sua malattia, raccontava di aver dovuto ricorrere a tutto il repertorio consolatorio della sua fede battista integralista di quel tempo, la stessa che lo nutriva di sensi di colpa per i quali la degenza a letto – statica per antonomasia – era il naturale contrappasso delle idee progressiste e peccaminose che andava covando, sul colonialismo ma anche su coppie interrazziali, ragazze madri, divorzio e unioni civili. La paralisi, la follia, il terrore dell’ignoto, e ancora la perdita, il dolore, la vendetta, la cristianità, la satira sociale e politica: per dirla con un nome solo, Frederick Charles Krueger, Freddy per gli amici. Si può discutere se sia nato prima l’uovo o la gallina, se l’idea di Freddy abbia preceduto l’idea del film o viceversa, resta che Nightmare è Freddy, con buona pace degli esegeti di ogni tempo, quindi cominciamo da lui, dal suo guanto da giardiniere orridamente munito di lame assassine. Nel merito sono tante le associazioni di idee, si potrebbe pensare al Nosferatu di Murnau rivisto in chiave biomeccanotronica, o ad una degenerazione dell’adamantio di Wolverine, comunque si sbaglierebbe, Craven ha affermato più volte di aver pensato alla zampa letale di una bestia feroce, il che è più tranquillizzante ma anche più atavico.

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Noi intendiamo perseverare nel’errore, e nella commistione tra carne e ferro vediamo la deriva più blasfema, la fusione tra il chiodo letale e la mano del Crocifisso. Five and six, grab your crucifix, la terza strofa della demoniaca filastrocca che apre Nightmare on Elm Street: in una cittadina come tante la puerula Tina è turbata da un incubo ricorrente, in cui una malvagia entità la bracca e poi la scanna. Scopre che i suoi amici stanno avendo lo stesso sogno, quindi con loro organizza uno sleepover in assenza della madre separata e dell’infoiato compagno di lei. Come da tradizione slasher, la notte serve a consumare amplessi da guinness e poi a scivolare appagati nel sonno, ma Freddy è in agguato (One, two, Freddy is coming from you), prende Tina e la sbatte come un polpo e poi la sventra nel sogno quindi nel mondo reale, sotto gli occhi sbarrati del fidanzato. Questo, ripetente e consumatore di droghe leggere, è sommariamente accusato dell’omicidio e messo in gattabuia, dove finisce suicidato per impiccagione nel sonno dal beffardo babau. Il caso sarebbe archiviato, ma la coraggiosa e monacale Nancy non ci sta, sa che il colpevole va cercato nell’altrove, perché è da lì che lui la tormenta con reiterate allucinazioni. Da sua madre viene a sapere che il mostro è tal Freddy Krueger da Springwood, criminale pedofilo salvato da processo per un errore giudiziario e bruciato vivo dalla comunità inferocita. Ovviamente cane mangia cane, i giustizieri sono i genitori degli adolescenti in corso di decimazione, viziosi, fascisti, alcolizzati come una comunità brechtiana, e tutto sembra essere già scritto. Nancy resta vigile il più possibile con una dieta a base di anfetamine, nel mentre si allena per organizzare una controffensiva onirica, ma il suo fidanzato Glen (Johnny Depp all’esordio) sfugge alle regole di ingaggio e si addormenta, quindi si ritrova fagocitato dal suo letto e restituito frullato in una monumentale pioggia di sangue. Lei non si arrende, madre di tutte le final girl 2.0, combatte nel sogno e porta con sé Freddy Krueger nel mondo reale, qui sta per finirlo con le armi della ragione e dell’incredulità, lui però ne sa una più di suo padre Lucifero, e possedendo carnalmente nel talamo la mamma di Nancy, esanime in coma etilico, torna a rifugiarsi nell’altra dimensione, spalancando un finale aperto in cui Nancy è costretta per sempre in una cabriolet verde e rossa, con i suoi amici morti scannati.

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Il film dura canonicamente novanta minuti, Freddy compare per meno di sette minuti. Un tempo sufficiente a  stravolgere le regole dello slasher, perché la sua è una performance epocale mai vista prima, come mai visto prima era un boogeyman non coperto da maschera. Sotto il cappellaccio nero, Krueger mostra i lineamenti trucemente sfigurati dalla cremazione e dalla decomposizione, ha una fisionomia riconoscibile che è la chiave del suo fascino sinistro, fatto di ironia sadismo e perversione. Non uccide come un killer ma come un aguzzino, godendo nel tormentare/torturare le sue vittime e non prima di essersi autoinflitto delle orribili mutilazioni. Giochi erotici estremi, come erotica è tutta la fotta di affondare lame, penetrare nelle stanze da letto, nei corpi, nei sogni, e in quest’ottica va rimarcato che Craven mostra solo i sogni bagnati (di sangue) di Tina e Nancy, tra scenari di archeologia industriale e atmosfere neogotiche, astenendosi dal mostrarci l’attività onirica dei malcapitati maschietti. In Nightmare on Elm Street ricorre il motivo della violazione, di spazi fisici come di spazi onirici: Nancy ed il suo boyfriend copulando violando la sacralità del letto genitoriale, Glen si arrampica nella stanza di Nancy all’insaputa dei suoi, Freddy viola i sogni di Tina e Nancy ma Nancy stesa viola lo spazio onirico abitato da Freddy, il suo rifugio in una centrale termoelettrica dismessa, adducendolo a sé fuori dal sogno, per poi rischiare d’essere da lui violata nella sua casa trasformata in una fortezza inviolabile. Three, four, better lock your door. Ovunque, nel sogno e nella realtà, ricorrono grate, sbarre, porte serrate, un gioco di occlusioni e intrusioni forzate di chiara matrice psicoanalitica.

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Secondo  Zizek, Krueger rappresenta la figura archetipica, incestuosa e vendicativa del Padre di Godimento (“obscene and revengeful Father-of-Enjoyment”), dove il godimento nasce da un incontro conflittuale, doloroso con l’oggetto del piacere. Il guanto stesso sarebbe il simbolo più chiaro di questa allegoria, prefigurando sin dalle scene della sua fabbricazione il rapporto affiatato tra creazione, distruzione, violenza e sesso sviluppato nel prosieguo del film. Intervistato in merito, così si è espresso Craven: “questa figura rappresenta ciò che penso della civilizzazione dell’Ovest, della selvaggia virilità che non vuole aver nulla a che fare con i sentimenti, delle prove di coraggio che presuppongono lo scontro diretto con la morte. Parte dei miei personaggi si presenta come un traslato della sanguinante e violenta figura del padre. Freddy Krueger è così, l’adulto maschio che vuole distruggere l’innocenza. Lui è il Male Adulto e i ragazzi sono l’innocenza della gioventù e dell’umanità.” Una grandezza totemica così rilevante da offuscare gli altri pur rilevanti personaggi, prima tra tutti Nancy, espressione cinematografica di una nuova femminilità intraprendente e icona gay (a sua insaputa), in quanto ostinatamente pervicace nel rifiutare la sottomissione sessuale al partner o all’orco. Nei capitoli successivi del franchise, firmati da anonimi carneadi, Nancy è sminuita se non dimenticata. Ci pensa lo stesso Craven a restituirle luce e preminenza.

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Dieci anni dopo Nightmare on Elm Street, è la volta del Wes Craven’s New Nightmare, un film che è un metafilm, un tributo sentimentale di Wes alle sue amate creature. E’ il trionfo ontologico di Freddy, reduce da un decennio di successo al box office, signore del merchandising e marchio esso stesso, beniamino nefasto di grandi e piccini, tanto da scorporarsi dal suo interprete di sempre (Robert Englund), dall’esorbitare da una sceneggiatura in itinere per piombare nella vita reale di Heather Langenkamp, interprete di Nancy, per terminare quello che fu iniziato. Anche qui il guanto è sineddoche (rsvp Lubitsch, Raimi) efferata, sventra effettisti di scena ed il marito di Heather, per poi ricongiungersi al suo padrone nelle insidie oscene portate al pcciolo Dylan, figlio di Heather (“I touched him, Heather!”). Craven, come nel 1984 regista e sceneggiatore, gioca ancora una volta con i generi, introducendo il tema della possessione demoniaca e insistendo sulla tragicità del rapporto tra madre e figlio, tra ossessioni e  paranoie  e reciproche incomprensioni, in maniera così mirabile che l’eco chiarissima del New Nightmare risuona ancora oggi, in film crossgender quali We Need to Talk About Kevin e soprattutto nel prodigioso The Babadook. Jennifer Kent, in particolare, mutua in toto il tema della favola scritta e raccontata come incantesimo di parole per contenere la Bestia, che poi è l’epilogo del film del 1994. Peccato che New Nightmare fallisca proprio nel restyling di Freddy  (“darker, more evil” a detta del regista, in un cameo nel ruolo di stesso), che qui ha connotati più plasticosi e meno familiarmente naif, ma soprattutto agisce in preda a raptus pedo-omicidi senza ombra alcuna di ironia, lasciando le luci della ribalta a Heather. La stessa Langenkamp nel 2011 è autrice di un documentario (I Am Nancy, 2011), volto a testimoniare come  il culto sotterraneo del suo personaggio prosperi nelle cripte dei nerd suburbani, ma questo rileva poco, ciò che conta è contare fino a dieci. Nine and ten, never sleep again.

[anche su Nocturno num. 156, ora in edicola]

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