The Walk, di Robert Zemeckis.


Vorrei cominciare questo pezzo con parole altrui, nascondermi dietro un incipit solenne che evochi tutto il potere del metaforone, il filo come sottile linea rossa, come collegamento, come continuum, vita e morte. Vorrei ma non posso, mi si affaccia alla mente una canzone dei Negramaro e quindi mi parte il firewall, allora viro non sul filo ma sull’affilato, la lama di una rasoio, non si chiama forse filo la sua sezione più tagliente? Certo, ecco qui: living on a razor’s edge, balancing on the ledge, living on the razor’s edge, you know, you know. Sono gli Iron Maiden,  acciaio come d’acciaio inossidabile erano le Due Torri. The Walk, di Robert Zemeckis.

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Il più grande insuccesso commerciale di Zemeckis, 50 milioni raggranellati a fatica in tutto il mondo. Non la madre di tutto i flop, almeno i costi della produzione sono bell’e coperti, più che un fallimento un colpo al cuore del regista, perché per una volta non ha raggiunto il cuore e la mente del suo oceanico pubblico, specie negli USA, in cui ha incassato una decina di miserabili milioni. Il motivo ci pare chiaro: ha voluto osare l’inosabile, inscenando una parabola sull’arte e sulla vita attraverso un simbolo di morte, il simbolo della morte, e più ancora che della morte della sconfitta. Il colpo al cuore appunto, le prime rovine di guerra su suolo patrio, il cratere che distrusse vite e miti di inviolabilità, come Pearl Harbour ma di più, il baco fumante dentro la Grande Mela. Lui lo dichiara subito a inizio film, intende cambiare verso, non parlare di morte, ma di vita, chè ogni sfida alla morte, ogni sogno come visione è vita esso stesso, e mentre Istrione Gordon-Levitt pronuncia la sua ode alla vita eccole lì, in piedi, monoliti cromati, le Twin Towers fuori dal tempo, o agli inizi del loro tempo. Non un semplice effetto speciale, una suggestione potentissima, vertigine pura. Noi, che abbiamo letto e vissuto La Mostra delle Atrocità di James Ballard, noi conosciamo bene la transustanziazione del fotogramma, da quel noto filmato di Zapruder la realtà aveva cominciato a disgregarsi in tanti frammenti infinitesimali, più piccoli dei pezzi di materia grigia di JFK sul cofano della Lincoln, pezzi minuscoli, ora pixel, miliardi di miliardi di pixel, da guardare e riguardare, assemblare e scomporre, in loop and refresh, loop and refresh, gli aerei fendono il metallo urlante, metallo fiammante, fiamme, fumo, tutto viene giù, riavvolgiamo, ecco l’impatto, il botto, lo scotto, lassù è l’inferno, laggiù solo polvere, is anybody else in there, again?

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Le torri di Zemeckis sono in piedi, reali, fatte di pixel, virtuali, ma ciò le definisce non le sminuisce, tangibili e concretissime come quando il camminatore, prima di fare l’impresa, appoggia il mento all’acciaio di un basamento e guarda su, vede il metallo liscissimo correre verso  il cielo all’infinito, a cominciare dal 1974. Un film che è due favole insieme. La prima, oleografica manieristica, preliminare, preparatoria, è ambientata nell’amnio dell’immaginario collettivo americano, Parigi come la sognano i nazipop, piazzette e localetti e amoretti e artistelli di strada, una via di mezzo tra il già visto in Ratatouille, animazione digitale, e il già ricostruito in Irma la Dolce, set scenografico teatrale. E’ lì che nasce il sogno, o la truffa, o il grande inganno, dove un uomo qualsiasi, illegalmente irresponsabilmente, decide che camminerà nel vuoto tra le 2 Torri: vuoto su vuoto, spaesamento, spaziamento, e, per camminarci attraverso, un filo, necessario come un altro filo fu necessario nell’archetipico Ritorno al Futuro, lì come qui, un filo per beffarsi del tempo.

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La favola francese lascia il posto all’incredibile favola americana, New York e le Torri ed i Cavalieri che fecero l’impresa, la violazione delle regole e delle leggi- un crimine, un eversione, un atto terroristico – , la vita vs la morte. Vertigine pura, brividi, terra sotto i piedi crollata: Zemeckis ci porta nei sotterranei delle Torri – is anybody else in there?-, negli ascensori – o my God, is anybody else in there ?-, su, sempre più su: inconcepibile quanto si permetta di osare, desacralizza un olocausto, una fossa comune. Il parapetto da cui precipitavano corpi di fogli protocolli ciclostile diventa una rampa, i cavi si tendono, e alla fine, come sempre nel cinema di Zemeckis, quello che vediamo è un corpo in movimento su una traiettoria sua propria voluta, da percorrere e ripercorrere, avanti, e indietro, e ancora avanti, e indietro, in equilibrio precario, in assetto variabile, con il cuore in gola, il cuore gonfio di lacrime, o sono crampi, o spasmi d’altura, o è la naturale forza del cinema che è sovraumana, non può e non deve essere contenuta.

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Abbiamo guardato in su, eyes wide shut, abbiamo tremato, abbiamo pianto e tantissimo amici cari, non di spirito patriottico che non ci appartiene, non di retorica nazionalistica che non ci pertiene: lacrime di stupore e ammirazione, il Maestro ha incantato il tempo, il Maestro ha beffato la vecchia con la falce una volta ancora. E ancora. E ancora.

Dal 17 febbraio 2016 The Walk è anche in dvd e blu-ray, nella release curata da Universal Pictures che porta sugli schermi domestici la vertigine di quella camminata fantastica. Gustosissimi gli extra, Scene eliminate, L’incredibile traversata, Primi passi (sulla preparazione fisica del protagonista Joseph Gordon-Levitt), e Pilastri di sostegno.

 

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