Quel Fantastico Peggior Anno della mia vita. Senza Michael Cera.


Oops, I did it again, confesso che ho peccato ancora, mea culpa mea culpa mea maxima culpa. Va bene la laicità, però occorre fissare dei paletti – nel cuore? Negli occhi? – un recinto selettivamente permeabile in cui comprendere ciò che si può guardare, escludendo ciò che non si deve. Il dovere in realtà è labile quanto un piacere, o un dispiacere, ma ci sono territori già conosciuti e più volte battuti, esplorati, scandagliati, che ho deciso di abbandonare perché la mia fruizione del cinema è precipuamente edonistica appunto, non calvinista, né sadomasochista, men che mai conformista. L’errore però mi ha attratto a sé una volta ancora, mellifluo, suadente, stavolta nelle forme garbate di un giudizio, dato con cognizione di causa da uno che stimo, ed un’altra volta, un’altra volta ancora, spero l’ultima, mi sono ritrovato nelle secche mortifere del cinema Indie. Me and Earl and the Dying Girl, di Alfondo Gomez-Rejon, in sala anche da noi con un titolo raccapricciante, Quel Fantastico Peggior Anno della Mia Vita.

me and earl and the dyoing girl 2

Che ha raccolto una gragnuola di premi nei festival di quelli che ben pensano, il Sundance ed i Sundance oriented per intenderci, confermando la totale autoreferenzialità di un circuito che ha smesso da tempo di incoraggiare la sperimentazione, le nuove ed audaci visioni, ripiegando verso la strada del canonico, del già visto, mutando l’ordine dei fattori senza mutare il prodotto. È, questo prodotto, inconfutabilmente ed irrimediabilmente espressione di una cultura dominante, di una classe intellettuale – intellettualoide – colta ed agiata, una upper class ebrea che si guarda addosso e si racconta con indulgenza, nelle sue manie, nelle sue convenzioni, nei suoi rituali sociali e religiosi. Ho scritto indulgenza, non ironia, perchè l’ironia dovrebbe essere una forza vitale, individualista, ribelle, spiazzante, magari anni fa era così, ora invece viene brandita come uno strumento di consenso sociale e spettatoriale, in modo talvolta arguto ma innocuo.

me and earl and the dying girl

Nello specifico del film in oggetto, non basta che a dirigere ci sia un talentuoso regista formatosi variamente come assistente di Scorseee+Inarritu+Ephron, sensibile al neo-horror di Ryan Murphy e delle produzioni Blumhouse, la colpa veterotestamentaria è nella sceneggiatura di Jesse Andrews, adattamento della sua propria novella pure pluripremiata. Greg è uno studente all’ultimo anno della high school, ricco, ebreo quanto basta, nerd quanto basta, cinico quanto basta, forte di uno script del tutto funzionale ai suoi sfoggi di sagacia. Ha un solo amico – collega, lo definisce lui stesso all’apice della sua ilarità- con il quale condivide l’esoticissima passione di guardare vecchi film europei, l’Europa infatti è una cartolina dell’Arcadia per tutto il cinema indie. Loro guardano Herzog soprattutto ma anche Truffaut, con il poster dei 400 Colpi a campeggiare nella stanza da letto, manifesto decrepito del fintoumilismo. I due amici se la cantano e se la suonano, rifanno quei classici del cinema in chiave umoristica, un Be Kind Rewind in cui la mancanza di passione è palese. Accade poi che Greg sia indotto dalla genitrice a stringere amicizia con una dying girl, ebrea, ragazza sventurata malata terminale di leucemia, e che questa amicizia lo travolga fino a sconvolgerne l’idea di futuro, all’orizzonte non più solo un college e il ballo della scuola ma anche la possibilità di morire, di finirla lì. Rendimento scolastico che precipita, sofferenza, conflitti generazionali e nel mezzo un approccio alla malattia che si sforza di essere originale e consapevole, pur nei limiti di una visione del mondo ristrettissima. Si, perché questo è un film di genere dicevamo, nello specifico è un indie cancer movie, e in questo genere di film gli effetti seguono sempre alle cause, la consequenzialità è necessaria e quasi fatale, deterministica. Il Greg antieroe protagonista, maschio oltre che ebreo, affronta attraverso la femmina vittima sacrificale il suo doloroso percorso di formazione, che non è da intendere in chiave sessuale – il sesso è qui bandito ed anche, a ben guardare, alquanto colpevolizzato – , ma in chiave valoriale quindi creativa, perché l’amore per il cinema dovrebbe sottendere tutte le vicende qui narrate ed elevare la condizione umana a parabola universale. Dovrebbe, invece sembra un espediente cervellotico, anempatico e ruffiano.

me and earl and the dyoing girl

Per tutto il film aleggia il fantasma di Michael Cera, colui che è meritatamente icona e immagine del nerdismo senza limitismo tardo adolescenziale. Penso a Youth in Revolt, a Juno, anche a Scott Pilgrim, quelli erano film che esprimevano visioni differenti, che facevano sganasciare e spiazzare gli orientamenti e le ideologie, questo invece no, si trascina all’epilogo borioso e noioso, finendo con l’essere, non irritante, no, Dimenticabile, che è peggio.

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