33 minatori uscirono dalla miniera, tutti e 33 respirando


Dottore, forse dovremmo mandar giù una decina di bambole gonfiabili.

No, no. O 33 o niente. In quelle condizioni è molto probabile che si ammazzino di gelosia per una bambola.

Il medico responsabile ha fatto la scelta giusta, non c’è dubbio. Molto più sicuro mandar giù riviste porno, meno ingombranti e sopratutto prive del rischio “innamoramento”. Imboscata nelle lettere dei parenti, arrivava anche la marijuana. Indispensabile aiuto per mantenere i nervi a posto. Ma anche pericolosissima, dicono alcuni dei minatori: vedere un gruppetto allontanarsi, poco dopo l’arrivo delle lettere, per andare a fumare di nascosto dagli altri, non era esattamente un incoraggiamento alla vita in comune. The 33, della regista messicana Patricia Riggen, racconta la storia del salvataggio dei 33 minatori cileni (e la racconta in inglese),  bloccati per più di due mesi nelle viscere della terra a causa del crollo di una miniera ultracentenaria. Era l’agosto del 2010, il mondo seguiva la vicenda in diretta tv, web e radio.

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Il team di sceneggiatori ha adattato Deep Down Dark, di Héctor Tobar, un libro per il quale i minatori hanno firmato l’esclusiva mentre erano ancora sottoterra. Perchè i 33 erano, sono, esseri umani normalissimi, miserabili come te e me, e al minimo cenno di una salvezza palpabile si sono lanciati su quel contratto con la stessa fame con la quale avevano poco prima centellinato l’ultima scatoletta di tonno. Gli spettri del cannibalismo hanno certamente fatto visita a qualcuno, o a molti, dopo quella scatoletta. Ma possiamo soltanto immaginarlo.

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Patricia Riggen e gli sceneggiatori avrebbero potuto esplorare i tanti angoli oscuri di quelle miniere, infilandosi negli anfratti per dare al film un fascino sinistro e orrorifico. Paventando il cannibalismo, mostrando gli effetti della marijuana che sale anche nelle viscere della terra, stuzzicando il bisogno di sesso dei minatori. Mescolando e confondendo i tre elementi, sfruttando le ovvie analogie tra i cunicoli sotterranei e le tenebre che si annidano nella mente umana. Sarebbe stato facilissimo, grazie anche all’assist rappresentato dal lieto fine annunciato e obbligatorio, che avrebbe giustificato qualsiasi eccesso. E invece, con un’abilità degna del miglior Hugo Sanchez, riescono a dribblare tutto. Ombre e paure, spettri e orrore, vengono aggirati con entusiasmo, sventolio di bandiere nazionali e sorrisi e musica latino-americana,  per quello che si rivela poco più di uno spot molto imbarazzante.

333

A proposito di spot: se attrezzature e uomini sono accorsi dal Canada e dall’Australia per aiutare nelle operazioni di recupero, e ritagliarsi una generosa fetta di visibilità, i più bravi sono sempre loro: gli Americani, quelli degli Stati Uniti intendo. Ogni volto sorridente che emergeva dalla miniera aveva gli occhi protetti da un vistoso paio di occhiali da sole Oakley (che pare costassero 450 dollari ciascuno), e l’enorme copertura mediatica dell’evento ha di fatto regalato al signor Oakley l’equivalente di oltre 40 miliardi di dollari in pubblicità. Pura filantropia.

The last miner to be rescued, Luis Urzua and Chile's President Sebastian Pinera are pictured after reaching the surface to be rescued from the San Jose mine, near Copiapo, in Chile.

C’è un momento, nel finale (tecnicamente sto per spoilerare, quindi se ci tenete al brivido dell’ignoto, dovete smettere di leggere ora), che è irritante più della versione voce-chitarra-falò-e-volemose-bene di Gracias A La Vida, eseguita con un trasporto che avrebbe meritato almeno il palco di Sanremo, nell’accampamento dei parenti in attesa in superficie. E’ il momento della commozione del loro capo, l’ultimo a lasciare la miniera, che guarda la scritta dei suoi uomini sulla parete. “Qui hanno vissuto 33 minatori. 5 Agosto – 13 Ottobre. Dio era con noi”.

(Quindi erano 34?)

33

La scritta è IN INGLESE. E’ stato l’innesco definitivo per la madre di tutti i conati di vomito.

Un film banale, retorico, brutto e finto. L’unica cosa positiva di questa sbobba hollywoodiana è il fruscìo delle banconote, sempre che almeno una piccola parte sia effettivamente arrivata nelle tasche dei 33. Che poi sarebbero le uniche banconote: nessuno di loro ha ricevuto alcuna forma di indennizzo.

 

 

 

 

 

 

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