Elephant Song. Il solista è Xavier Dolan


Nell’Equus di Peter Schaffer, un’opera teatrale alla quale il film di Charles Binamè deve molto, il protagonista è ossessionato dai cavalli, in special modo dagli occhi dei cavalli. L’ossessione è il risultato di un’infanzia segnata dalle liti dei suoi genitori, mamma cattolica e papà ateo, incasinata poi a dismisura dai tabù sessuali adolescenziali. Il cavallo diventa una divinità per il ragazzo, con tutte le complicazioni psicanalitiche immaginabili. In Elephant Song manca il cavallo, al suo posto il ben più ingombrante mammifero dotato di proboscide. E a proposito di presenze ingombranti, o quanto meno capaci di rubare la scena al resto del cast, in Elephant Song c’è lui, Xavier Dolan. Soltanto davanti alla macchina da presa, però, non dietro.

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Impianto teatrale (il film è tratto infatti da un’opera teatrale, non da una lavastoviglie) e grammatica polanskiana (solo la grammatica, non l’esito), tre attori e i loro tre personaggi in primissimo piano, una storia che è un gioco psicologico, un duello, un quasi-thriller. L’opera origina dalla penna di Nicolas Billon, che è responsabile anche della sceneggiatura del film. Il padre di Nicolas è amico di Dolan, gli ha parlato del progetto, e quando il ragazzo prodigio del Quebec ha letto il testo, ha iniziato a molestare agenti e produttori per ottenere la parte di Michael. Guardando il film si capisce perchè: è un personaggio al 100% dolaniano, un ragazzo con un passato difficile, ma che non è schizofrenico o sofferente di disturbi psichici chiari e definiti. Michael è bravissimo a manipolare le persone, eppure muore dalla voglia di lasciare una buona impressione di sé. E’, per farla breve, un attore.

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Nella clinica psichiatrica dove è ricoverato, scompare un dottore. L’ultimo ad averlo visto è proprio Michael. Il responsabile della struttura è l’arrogante dottor Greene (Bruce Greenwood, sobrio e misuratissimo, perfetto avversario per lo strabordante Xavier), ed è a lui che spetta l’interrogatorio di Michael: quest’ultimo acconsente, a patto che il dottor Greene si attenga alle sue regole. E la prima regola è il divieto di aprire la cartella clinica di Michael. Comincia così il gioco del gatto col topo, nel quale i ruoli presto si invertono; tra i due sfidanti Catherine Keener, nel ruolo di un’infermiera che nutre forti sentimenti per entrambi, si muove con la consueta classe.

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Binamè ha dovuto tenere a bada il vulcanico Dolan, che sul set lanciava idee a raffica e naturalmente erano tutte idee buone, ricordandogli che a dirigere il film doveva essere una persona sola. E si vede: tutti i tentativi di rendere la storia più dinamica falliscono, e qualsiasi diversivo o personaggio secondario è assolutamente inutile. La Keener e Greenwood sono più che bravi, ma non possono andare oltre il ruolo di sparring-partners: l’unico motivo per vedere Elephant Song è Xavier Dolan, c’è poco da fare. Splende, scompare, giganteggia, manipola e va in pezzi riuscendo sempre, proprio come nei suoi film, a convincerci che è tutto vero. E lo è.

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Elephant Song è visibile in anteprima a Milano dal 15 al 24 gennaio presso lo Spazio Oberdan.

 

 

 

 

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