Mountain. Le calde voglie di un’ebrea ortodossa (!)


Al posto di Yaelle Kayam, avrei intitolato questo film Mountains. Perchè le  montagne sono tante. Una è il Monte degli Ulivi, alla periferia di Gerusalemme, crocevia di simboli religiosi, dove si trova un antichissimo cimitero ebraico molto gettonato: nel Tanakh è indicato come il luogo dal quale i morti torneranno in vita. Ci sono circa 150.000 tombe, per noi è quindi inevitabile ripensare ad alcune scene memorabili di World War Z. Comunque, in attesa dell’apocalisse, un nucleo famigliare più che ortodosso vive proprio in questo cimitero: Reuven, un predicatore di successo; quattro figli (probabilmente frutto del 99% degli amplessi portati a termine); e la protagonista di questa storia, Tzvia. Una donna (repressa), una madre (stressata), una moglie (insoddisfatta). La montagna del titolo è anche lei, donna enorme, impacciata dalla sua stessa mole, fasciata in un look, in una cultura, in una storia, che ai nostri occhi luciferini sembrano sotterrare ogni grammo della sua femminilità, ogni possibilità di affascinare, ogni pensiero sconcio, erotico, sensuale.

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La montagna, però, è anche e sopratutto la religione, una barriera che non divide solo i popoli, riesce anche ad incunearsi nel profondo delle singole persone: a Tzvia, nonostante la sua mole, sembra impossibile abbattere il gigantesco ostacolo che la separa dalla donna che vorrebbe essere. E allora cerca di aggirarlo, sgattaiolando di notte fuori da un letto matrimoniale moribondo, per andare a fumare tra le tombe. E tra le tombe, seguire qualsiasi cenno di vita che alle sue orecchie suona come un canto di sirena. I gemiti, e poi la visione di una coppia che fa sesso sulle lapidi, sono un’attrazione forte e pulsante. Un richiamo al quale le sue orecchie non possono resistere, e allora torna. Notte dopo notte si avvicina alle puttane, ai clienti, ai protettori. Mentre di giorno incontra, sempre tra le lapidi, il becchino palestinese: un uomo gentile e discreto, attratto da Tzvia e dai suoi occhi misteriosi. Insomma, almeno in parte le sacre scritture sembrano dire il vero: c’è più vita nel cimitero che a casa di Tzvia.

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Le motivazioni politiche  della giovane regista israeliana Yaelle Kayam sono forti e chiare, e insieme alla prova della protagonista Shani Klein – massiccia, ingombrante, bravissima – ci hanno spinto a vedere fino in fondo un film che non dovrebbe essere nelle nostre corde: piacerà sicuramente al pubblico festivaliero, agli ultras del cinema minimale, esotico, kiarostaminico. E’ una storia potente, che avrebbe potuto generare un film esplosivo, epocale, jewexploitation! La Kayam se ne guarda bene, e non possiamo biasimarla: non deve essere proprio facilissimo essere una regista giovane e bella, e con idee chiare e scomode, in Israele. E comunque i pazzi siamo noi.

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Mountain è in programmazione allo Spazio Oberdan di Milano fino al 23 gennaio.

 

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