Il Ponte delle Spie. Il muro di Spielberg è di cartapesta


Gli eventi luttuosi che funestarono il finire dell’anno 2015, già altrimenti orribile, determinarono per nausea o per converso una nuova indulgenza plenaria, nei modi e nei gusti. Per intenderci, a chi vi scrive capitò di ricevere in omaggio un cioccolatino al pistacchio, del valore commerciale di euro 1,60, munificamente e straordinariamente dispensato dall’Eataly di Bari con la seguente dichiarata causale: “per far ritornare ai nostri clienti il sorriso, dopo i fatti di Parigi”. Il ritorno al sorriso, alla bontà cioccolatosa dunque, anche nelle visioni, tanto che in quei giorni si riscontrò il trionfo, imprevedibile nella sua dimensione unanime e plebiscitaria, di un film altrimenti qualificabile come minore: Il Ponte delle Spie, di Steven Spielberg.

Tom Hanks is Brooklyn lawyer James Donovan and Mark Rylance is Rudolf Abel, a Soviet spy arrested in the U.S. in the dramatic thriller BRIDGE OF SPIES, directed by Steven Spielberg.

Una premessa di valore è doverosa: Spielberg è uno dei miei padri, riconosco la sua influenza demiurgica sul mio modo di pensare il cinema, di guardare e di immaginare. Nello spettro vasto e luminosissimo della sua produzione sono tante le vette che mi si confanno, Munich, Lo Squalo, Poltergeist, Close Encounters per esempio. Lungi da me, pertanto, qualsiasi acrimonia o pregiudizio su stile o natura mercatoria del Maestro. Tale premessa, tuttavia, mi impone severità nei confronti di Bridge of Spies, opera in cui risulta evidente lo iato tra la regia e la sceneggiatura partorita dai Cohen Brothers, iato innanzitutto ideologico, sul modo di vedere il tempo passato. Attraverso i fatti reali, o verosimilimente storicamente accaduti , Steven ha più volte trovato occasione di riflettere sulla condizione umana di dolore e di orrore, Joel ed Ethan invece si sono mostrati più inclini a cogliere il lato malinconico, e stiloso, della rimembranza, della nostalgia. Ostalghia in questo caso, di quando il bianco era bianco e il nero era rosso comunista,  il 1957 del maccartismo, del bene capitalista contro il male bolscevico, quando sotto pelle brulicavano infiltrazioni e spionaggio. Ed eccola, dolente come un uomo che non c’era, pericolosamente somigliante al Servillo delle Conseguenze dell’Amore, una spia russa triste solitaria e final, colta in fragrante nella patria di Lincoln. Irritante la sua maschera sacrificale, ancora più irritante la sua passione per le arti figurative, ma è questione di gusti, e nelle vite degli altri, specie in tempo di Guerra Fredda, l’arte è un topos. La pena capitale sarebbe pena meritata nonché sommessamente bramata, ma per fortuna c’è Superman, Tom Hanks, l’indefettibile, l’insuperabile, l’intollerabile Tom, stavolta nelle vesti di un salvatutti integerrimo avvocato delle assicurazioni. Tra “integerrimo” e “assicurazione” l’ossimoro è universalmente evidente, nel caso del film invece è proprio l’attitudine a (truffare?) negoziare che genera il circuito virtuoso delle azioni,  che tutti cioè abbiano diritto al giusto processo, che la pena capitale ancorchè sbagliata sarebbe inutile, che uno non vale uno in quanto a vite umane, e occorre salvarne il più possibile nel più breve tempo possibile, siano vite di spie, di sprovveduti studenti in terra berlinese, di pavidi piloti incursori.

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Una dichiaratissima, consapevole parabola edificante quindi, che si svolge in due tempi e due teatri, l’America e poi Berlino al tempo dell’erigendo Muro, straordinariamente rappresentate o ricostruite, ma è qui il vero problema, la ri-costruzione anziché la costruzione personale. Ovunque macchiette, personaggi in 2D al mero servizio delle icone di cui sopra.  A cominciare dalla famiglia perfetta di SuperTom che pare uscita da Truman Show  – una forzatura per Spielberg, da sempre attento a rappresentare la complessità del nucleo affettivo primario –  , per continuare  con i personaggetti della Stasi o del KGB, o della Cia, tutti incasellati nei rispettivi blister di patina e di plastica. Questo è cinema commerciale, ha detto qualcuno, come se l’aggettivo fosse uno spregio o al più in attenuante, è un sentito omaggio al classicismo hollywoodiano, hanno detto altri, al cinema di Frank Capra, come se quella magia dickensiana fosse qui auspicata dagli autori. Io affermo invece, come già nell’incipit, che questo è cinema minore, o di maniera, o alla maniera, ma non mi pare affatto cinema vivo.

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Ho negli occhi e nel cuore un altro modo di essere classicista e hollywoodiano, penso al Changeling di Eastwood, vibrante e lacerante sotto i cappellini della Jolie, qui non percepisco vibrazioni, men che meno lacerazioni, e non cesso di dolermene. Per amor di verità, qualcuno mi ha invitato a considerare come Eastwood affondi le sue radici nella classicità complessa di Mulligan e  Brooks, Spielberg attinga invece dal “cinema meno complesso e più popolare di altri autori amati”. Non ho la perizia e l’esperienza per contraddirlo, posso solo dire che per me il classicismo deve essere classi-cinismo, e non mi basta uno sguardo dal finestrino del metrò su vecchi e nuovi muri per trovare la significanza che mi illudo di cercare. Menzione di merito per l’omaggio ad un Padre tra i Padri, a Billy Wilder, il cui Uno, Due, Tre! Appare in programmazione presso un cinema di Berlino Ovest al passaggio di Donovan e dell’agente Huffman.

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