Steve Jobs, di Danny Boyle


Oggi è una di quelle giornate che potrei cominciare pubblicando, chessò, un bell’aforisma, di quelli così sapidi, pregni di significato da spalancare le menti di chi legge, e al contempo da creare l’illusione che la mia mente sia una fabbrica di forte sentire, diuturnamente operativa. Ma no, io non sono un aforis-man e preferisco la mangrovia dell’afasia alle spiagge del sentito dire, o sentito pensare. Nondimeno, in questi momenti sgorga da me una riflessione, su come nel nostro secolo funesto, e in quello lugubre che lo ha preceduto, si sia sviluppata un’iconografia dell’aforisma, che nel vano tentativo di essere edificante si è rivelata, appunto mortuaria, luttuosa, sepolcrale, quindi traversamente cristiana: uomini e donne, più uomini che donne, trapassati in maniera violenta o pre-matura, immortalati  in bianco e nero dolente e sovrascritti di parole cubitali come tagline, solenni come una constatazione di decesso avvenuto. Gli aforismi, amici miei, sono epitaffi, lapidi, cause di morte, non c’è vita su quei pianeti. Steve Jobs, di Danny Boyle.

steve jobs

Che è un film di una genìa particolare: esistono infatti le opere che si identificano nel lavoro del regista, altre nella performance di un attore, altre ancora, più sparute, nella perfezione dominante della sceneggiatura. Steve Jobs sarebbe di questa terza specie, a detta dei più, in quanto scritto da Aaron Sorkin che è un  paroliere della migliore Hollywood dei nostri tempi. E Sorkin, fedele a se stesso, ha sviluppato uno script in cui le parole, i dialoghi, sembrano essere tutto, come si parlasse di rapporti umani e non di tecnologia, di padri e figlie e mogli e amici, non di stile e di tendenze. Una scelta a prima vista sovversiva, costringere il nuovo Messia e gli  I-postoli dell’immagine nei sentieri tortuosi  – obsoleti? – del linguaggio. Si è tuttavia in un territorio cognito, già percorso nel Social Network di David Fincher in maniera esemplare ma evidentemente non esaustiva, segno che la rappresentazione di questo reale – virtuale, multimediale, globale – debba necessariamente essere metafilmica, al di là del film stesso. Logos.

steve jobs 2

Idea, o ideologia, che si scontra con la tendenza di Danny Boyle a visualizzare, semplificare, impressionare, propria del suo cinema così proteiforme e altamente popolare. La sintesi tra queste forza all’apparenza dicotomiche è allora nel cast: Jobs non è un anonimo Eisemberg ma una star, la star, Michael Fassbender,   con lui Kate Winslet all’apice delle sue virtù. E poi Seth Rogen , e Jeffe Daniels. Il risultato è un’opera teatrale, altmaniana in quanto apparentemente corale, ma anche – passatemi l’orrido neologismo – inarrituiana, Steve Jobs come un Birdman che svolazza tra camerini e backstage e ascensori inseguito ovunque dalle incarnazioni della sua cattiva coscienza. L’uomo è visto e sentito parlare dentro uno spazio chiuso – il garage degli esordi, il teatro, il palasport, il forum -, ognuno dei 3 atti di cui si compone il film si conclude quando si accendono le luci della ribalta e lui dovrebbe finalmente entrare in scena, segno che ai suoi demiurghi – Boyle + Sorkin – non interessa l’apertura della quarta parete, o meglio, interessa in quanto fuoricampo già noto.

steve jobs 3

Lo spazio chiuso è una chiara metafora, è l’inaccessibilità, emblema  ed esegesi del sistema chiuso, edonistico, elitario che Jobs immagina e perfeziona.  Retaggio familiare che diventa visione del presente e del futuro, vittoria e nel contempo superamento del consumismo classico, buonista, postfordista,  per un consumismo reazionario, misantropico, solipsista. Le parole rappresentano l’uomo come un Frank Underwood ante-litteram, o un Ron Hubbard dei microchip, impermeabile all’empatia verso collaboratori e mondo esterno – lui stesso un sistema chiuso – ma nel contempo smanioso di esorbitare, controllare, imporre. Tanti sono i momenti alti del film, su tutti topico è lo scontro tra Jobs ed il CEO che lo esautorò, chiamato spregiativamente “Pepsi Generation”!, Questo, molto più della sottesa operetta morale tra padre e figlia negletta che si uniscono, il momento in cui che il film coglie il senso dei “times they are a-changing”, con Dylan espressamente e più riprese citato,

steve jobs 4

Sembrerebbe un paradosso, è invece che l’I-man oggi morto, sepolto e rappresentato sulle scrivanie dei caimani neoliberisti di ogni dove aveva un’anima hippie, e proprio in quella controcultura, che immaginiamo così filantropica e solidale affondava la quintessenza del suo nichilismo e del suo fanatismo visionario. Steve Jobs è un parricidio. Steve Jobs è una tragicommedia. Steve Jobs è un grande film.

The line it is drawn

The curse it is cast

The slow one now

Will later be fast

As the present now

Will later be past

The order is

Rapidly fadin’.

And the first one now

Will later be last

For the times they are a-changing

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