The Revenant. Non vendere la pelle di Leo.


Zombi? Romero! Suspense? Hitchcock! Vendetta? Park Chan Wook! Il gioco delle associazioni di genere era destinato a funzionare anche stavolta, il maestro coreano doveva infatti dirigere Revenant – Redivivo, con Samuel Jackson protagonista. Il lavoro di Alejandro González Iñárritu, a conti fatti, non pare discostarsi da quello che Park avrebbe realizzato. La rabbia e il dolore possono tenere un uomo in vita nonostante il freddo mortale delle montagne rocciose, anche dopo che un grizzly ne ha straziato le carni. La rabbia e il dolore alimentano il vento tra le sequoie delle sterminate foreste del Montana e del Wyoming, dove il cacciatore di pellicce Hugh Glass si rifiuta di morire, spinto dalla bruciante sete di vendetta e accompagnato costantemente dalle visioni dei suoi cari defunti, che devono molto a Malick e stridono con il freddo minaccioso e la tremenda indifferenza della natura, chiaro lascito di Herzog. Quella di Glass è una storia vera, diventata da subito ispirazione per leggende e poemi. Nel 1920 i versi di John G. Neihardt – The Song Of Hugh Glass – ne raccontarono la storia con toni epici e la volontà di celebrare le lotte e le vittorie di uomini solitari, in un’epoca durante la quale la società era zero e l’individualismo era tutto, ma già nel 1824 la notizia dell’uomo sopravvissuto all’attacco di un orso aveva fatto il giro degli States, simbolo perfetto per l’epos della frontiera.

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Jon T. Coleman, professore universitario dell’Indiana, ha investigato sulla vicenda, dichiarando che “ai quei tempi non ci si preoccupava tanto della distinzione tra realtà e mito, credo che si tratti di una grande storia che combacia perfettamente con la visione americana del West: lo scontro con la natura selvaggia ha plasmato i corpi umani in qualcos’altro. Europei, Inglesi, ecc. cessano di essere tali, e diventano Americani.” Nel film Uomo bianco va col tuo Dio, di Richard Sarafian (1971), era il corpo di Richard Harris a vestire i panni laceri di Glass, in un’interpretazione totalmente fisica e con pochissime parole, proprio come quella di Leonardo Di Caprio. Grazie a due attori tra i migliori viventi, capaci di trasmettere al meglio le sensazioni fisiche provate, Iñárritu riesce a rendere grande un film basato su una sceneggiatura piccola piccola, che va ad arricchire la serie di ottimi western usciti dopo il funerale del western, celebrato da Gli Spietati, Sweetwater, Appaloosa, Open Range, Dead Man, The Homesman.

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Tutte opere che raffreddano il genere, lo tingono di oscuro, precipitandolo addirittura nell’orrore estremo di Bone Tomahawk per allungarne la non-vita, lo rianimano come fosse redivivo, Revenant – Redivivo appunto. Inarritu pare affamato di corpi, il suo cinema li infilza con frecce e lance, li devasta, li lascia marcire o li fa riparare dentro carcasse calde di cavalli morti, li consegna alla furia della natura, girando il tutto con luce naturale (che tradotto significa poco più di un’ora al giorno, nelle remote locations del Canada e dell’Argentina) e l’ultimissimo modello di telecamera digitale capace di riprendere l’equivalente della pellicola 65mm (mentre Tarantino, al contrario, riporta in vita la pellicola 70mm, che sarà proiettata utilizzando lenti in disuso da mezzo secolo).

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Mentre nel vicino Wyoming Quentin Tarantino chiude tutti dentro quattro mura, usando il western come un mero costume di scena e lasciando fuori la tempesta, Iñárritu ci trascina into the wild, in quella eterna terra di nessuno che è la frontiera, dove gli accenti e i lineamenti possono essere europei o nativi, meticci, texani, irochesi; nemici mortali o soci d’affari, o entrambe le cose. Razzisti e violenti, bugiardi e spietati, the hateful millions pronti a difendere a ogni costo il poco che possiedono, con la stessa furia di una mamma grizzly che difende i suoi piccoli.

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Se il corpo di Di Caprio è il territorio filmico per eccellenza, un Jim Caviezel 2.0 che affronta la sua personale Passione senza redenzione o rivincita, Fitzgerald (Tom Hardy) è un altro corpo devastato, scalpato anche, brutale e brutalizzato, che sembra la degenerazione putrescente di Alfie Solomons, il boss ebreo di Peaky Blinders, col cervello di Bane del Cavaliere Oscuro. Glass, in ogni tappa del suo terribile trip di sopravvivenza, incide sulle rocce la sua testimonianza: Fitzgerald killed my son. Perché il western è racconto, è tradizione da tramandare e preservare. Cinquant’anni dopo, all’incirca, gli otto protagonisti del film di Tarantino sono invece ossessionati dai contratti, dalle lettere, da uno straccio di carta scritta e firmata: la Nascita di una Nazione, le sue leggi, la sua falsa civiltà. Revenant – Redivivo è una visione estrema e brutale, piena di momenti consapevolmente topici destinati a rimanere nel tempo. Iñárritu è stato capace di dismettere i prosaici moralistici vezzi delle sue opere precedenti per affondare le mani, e gli occhi, nelle viscere del sogno americano.

[Post pubblicato su Nocturno.it e in uscita sul num. 158 di Nocturno] 

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