The Big Short. We need to talk about money.


L’innata capacità speculativa dell’essere umano, prima ancora di essere dimostrata dai rimuginamenti sull’essere, il non essere e il divenire, è certificata dall’invenzione del denaro, astrazione pura, in forma cartolare e ancor più decartolare, concetto valore intangibile che determina potere tangibile. Quasi fosse un diritto umano, intrinseco nel denaro è il bisogno primordiale di fiducia, la fiducia degli investitori, la fiducia dei governatori, la fiducia dei risparmiatori, perché per moltiplicarsi o sparire miracolosamente – questo fa il denaro – c’è bisogno di credere in lui, così. In Money we trust.  Il denaro, dimentico quindi della sua origine materiale, trascende ad una dimensione religiosa – il dio denaro – , il suo culto viene nutrito  dai famigerati mercanti del tempio di farisaica memoria, quelli  chiamati come gang di motociclisti in acido, i brokers, i traders, gli investment bankers, in una parola, i motherfuckers d’ogni tempo. The Big Short, di Adam McKay.

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Che è un film derivativo sotto due punti di vista differenti: perché parla di derivati finanziari, e derivati di questi derivati,  e perché si ispira direttamente a film di grosso calibro quali The Wolf of Wall Street e Margin Call. Il tono è ilare, non potrebbe essere altrimenti visto che alla regia c’è il comico Adam Mckay di scuola Saturday Night Live, alle prime armi con il grande schermo. Costui ha l’umiltà di riconoscere i suoi limiti e di non intraprendere la strada perigliosa del confronto con i titani di cui sopra, che rispondono al nome di Scorsese, totem transepocale, e di Chandor, totem in divenire.  Pieno dell’effervescenza e della velocità maturata nel format televisivo, McKay decide di travalicare le forme per la sostanza, facendo della discontinuità di stile e di regia il suo punto di forza. Già, The Big Short non è opera organica e unitaria, è invece un puzzle a tessere modulari, ora fiction, ora docudrama, ora reportage, una staffetta tra grandi attori protagonisti, tutti top players, in alternanza con i cammeo esegetici di starlette maliziose. Staffetta atipica, qui non ci si passa il testimone ma la lanterna di Diogene, si cerca la verità nelle terre più incognite del capitalismo finanziario, una ricerca resa ancora più difficile dagli incredibili livelli di complessità e di astrazione raggiunti dai mercati finanziari, non luoghi di scambio del nulla.

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È l’eletto, o il reietto, il motore dell’azione: lui, Christian Bale nell’ennesima indimenticabile performance estrema, orbo ad un occhio, genio,  segregato in un (non) open space con i Metallica nelle orecchie. Scalzo, messianico, cabalistico come fosse uno  One-Eye di refniana memoria (rsvp Valhalla Rising), lui spalanca le porte del Valhalla sull’Apocalisse del 2008. Se Chris Bale è la mente, Steve Carrell è il braccio, colui che armato di incredulità ed acrimonia penetra nei luoghi più occulti dell’impero di carta –dell’impero decartolarizzato – , la Borsa, le convention degli investitori, le conferenze stampa della Fed, ponendo ovunque una sola grande domanda, the Big Question, come sia possibile che l’economia del mondo intero si basi su una truffa di proporzione bibliche, che tutti si ostinano ad ignorare, nell’epoca di ciò che succede a propria insaputa. Dopo il tragico luciferino John du Pont in Foxcatcher, Carrell si trova nuovamente a dare sembianze e movenze al lato oscuro dell’America, sotto le mendaci spoglie di un broker dannato, e di nuovo riesce a farlo con un’interpretazione magistrale, viscerale si direbbe, suggellata dalla tragicità – o superficialità – della scelta che è costretto a compiere alla fine del film. Ben più leggera è la porzione di opera portata avanti da Ryan Gosling, il baco del sistema, colui che non smette di vendere l’anima al diavolo lavorando per i truffatori e truffandoli a sua volta, ancor più lieve è il ruolo di Brad Pitt, che sempre più va RobertRedfordizzandosi.  Brad barbuto dorato imbiancato, guru sornione e mentore benevolo,  Fra Cristoforo di questo The Big Short, colui che con le mani sporche di dollari punta il dito ed ammonisce, se è lecito speculare, dice, non si può, non si deve esserne lieti, dice, perché la scommessa è sulla rovina, sul baratro di milioni di persone.

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Grandioso e memorabile paradosso, la sintesi più mirabile, il manifesto del post-capitalismo occidentale, la contrizione che giustifica la speculazione, basta essere mortificati, non ravveduti, non pentiti, e tutti i peccati finanziari vengono lavati via, chè il dio denaro è sì misericordioso. The Big Short non è un capolavoro, no, ma un modo innovativo, e pure politico, di leggere il nostro passato prossimo. Guardatelo, e poi correte a far riserva di acqua, One-Eye vi ha avvertito.

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