The Shameless. Il cinema coreano da festival


“Mi piacerebbe essere in grado di scrivere sceneggiature come quella di Memories Of Murder, che ha fatto un sacco di soldi, ma non ho il talento necessario”. E’ una dichiarazione del regista di The Shameless, Oh Seung-uk: non possiamo sapere quanta ironia ci sia in queste sue parole, e quanto invece siano sincere, anche se dopo aver visto The Shameless possiamo immaginarlo. Il suo film è sbarcato a Cannes, non in gara ma nella sezione Un Certain Regard, per un motivo ben preciso: Jeon Do-yeon, volto noto e applaudito persino nella distratta Europa, un anno fa membro della giuria del festival, e nel 2007 incoronata migliore attrice, sempre a Cannes, per Secret Sunshine di sua maestà Lee Chang Dong.

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Ci aspettavamo molto da questo film, e non solo per l’eterna fame di cinema coreano che ci devasta. Oh Seung-uk è uno che, quasi vent’anni fa, ha collaborato alla scrittura di Green Fish, e che non dirigeva un film da quindici anni (Kilimanjaro). Due dei tre protagonisti sono tra i nostri preferiti – oltre alla splendida Jeon Do-yeon (femme fatale camaleontica e magnetica, con lei in scena il film si illumina) c’è infatti Park Sung-woong, volto noir per eccellenza da noi già osannato di recente in New World, qui nei panni di un killer braccato dalla polizia e amato dalla sua donna. Il terzetto è completato da Kim Nam-gil: tocca a lui impersonare il violento, apatico, solitario detective protagonista. E poi il titolo, che nell’originale coreano suona più o meno come “canaglie” e nell’internazionale The Shameless si riferisce (sono sempre parole del regista) all’assenza quasi totale di moralità nella società coreana, maschilista e corrotta (a cominciare dalla polizia, come le regole del noir coreano impongono) fino al midollo.

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C’erano insomma tutti gli indizi necessari: doveva essere l’ennesimo solidissimo, livido, violento e serrato noir coreano tinteggiato di melò e rosso sangue, rancoroso e disperato come piace a noi. E invece. Park è poco presente in scena, nonostante il suo personaggio fosse il più interessante e capace, con la sua presenza, di dar peso e sostanza alle migliori scene di tutto il film. Il regista lo ignora, puntando tutto sulla chimica tra gli altri due protagonisti. A vestire i panni del detective doveva essere Lee Jung-jae (anche lui in New World), infortunato su un altro set e quindi rimpiazzato da Kim, che si sforza di apparire dolente e perennemente imbronciato, ma sembra più che altro catatonico. Il triangolo di passioni è spesso, nelle scene più erotiche, coreografato con la tendenza a riempire lo schermo in maniera armonica nelle intenzioni, troppo estetizzante e artefatta nel risultato. Se il modello era Tsai Ming-liang, siamo lontanissimi.

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The Shameless è una sequenza soporifera di ambiguità e doppi giochi da manuale, melanconia di maniera, attenzione maniacale alle luci e alle ombre (Seoul appare sempre dello stesso umore del detective); un sofisticato mix di noir (poco, distratto e di scarso interesse, nonostante – o forse proprio a causa di – una scolastica adesione alle regole del genere) e melò (rarefatto e semplicistico, anche se grazie a Jeon Do-yeon – anomalo e memorabile il suo personaggio femminile, eccezione notevole alla tradizione reazionaria in patria – l’asticella si alza notevolmente).

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Caro Oh Seung-uk, è vero che non scriverai mai niente di paragonabile a Memories Of Murder. Ma se dovesse succedere, ti prego, non pensare ai festival europei mentre dirigi. Rischi di rovinare tutto come hai fatto con The Shameless. Hai eliminato, o messo in un angolo, tutto quello che avrebbe potuto renderlo un ottimo film. Se invece il tuo obiettivo è ricevere gli applausi dell’orda radical-chic occidentale, continua così: passioni patinate, sguardi carichi di lacrime e un paio di coltellate, tanto per aggiungere qualche brivido, ma non di più chè potresti disturbare le signore e i signori.

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